Draghi, Presidente per le riforme ed il Recovery Fund

Draghi può diventare la figura cardine per l’implementazione italiana del piano europeo Next Generation Eu.

L’Italia ha bisogno di una figura forte e rappresentativa, che sappia azionare le giuste leve, perché nei confronti del nostro Paese è stato fatto uno sforzo incredibile di solidarietà facendo affluire il 28% delle risorse del nuovo piano di ripresa europea a fronte di un peso dell’economia italiana del 13%.

Il motivo di tale appoggio risiede non tanto nel fatto che siamo stati bravi a negoziare quanto perché presentiamo necessità più urgenti di ritorno economico, avendo da ormai 20 anni macroscopiche vulnerabilità in confronto agli altri Paesi europei. La stessa motivazione di sostegno va individuata nell’azione della Banca centrale europea, che concentra in maniera ponderata l’acquisto dei nostri titoli di debito.

Se perdiamo con il Recovery Fund, perderà l’Unione Europea e, non potendocelo permettere, è necessario acquisire una figura come Mario Draghi nell’esecuzione del piano.

I RISCHI SUL BILANCIO ITALIANO

Lo spread ha dato segni di risalita non appena si è aperta la crisi di Governo. L’aumento del rapporto debito/Pil dal 134% in tempo pre Covid, sino a quota 160% attesa nella contabilizzazione di fine 2020, potrebbe creare entro pochi mesi uno snow ball causato dalla nostra esposizione finanziaria sulla solidità dell’intera Unione europea.

Se è vero che i tassi di interesse inclusi nelle previsioni governative di bilancio 2021 coincidono con le previsioni delle maggiori istituzioni che sorvegliano lo stato dei conti, potrebbe accadere che essi prendano inaspettatamente una strada non prevista, amplificando gli effetti negativi su un fondamentale della nostra economia come il debito, che travolgerebbe tutto e tutti, a partire dalla Banca centrale europea che ne detiene una somma ormai significativa.

Utilizzare le risorse del Recovery in maniera immediata ed efficiente è l’unica strada per contenere una deviazione della nostra situazione finanziaria che comprometterebbe la vita stessa dell’Unione europea.

Se anche a livello di G20 si fa strada la prospettiva di una possibile ristrutturazione dei debiti sovrani a titolo definitivo, è anche vero che essa non è prevista nei trattati.

Tenuto conto che la Presidente Lagarde alcune settimane fa ha paventato un possibile termine temporale per il sostegno della politica monetaria sino alla primavera 2022 la lettura che ne va fatta è che per chi amministra le risorse e i progetti in Italia si tratta di un termine angosciante e strettissimo viste le condizioni finanziarie precarie e limitate.

Già oggi la situazione debitoria è di altissima tensione: da questo momento ogni euro preso a debito dovrà generare ritorno economico e flusso di cassa molto maggiore di quanto viene prelevato, per rientrare, in un ragionevole arco di tempo, dello squilibrio debito/Pil.

Addio a misure spot, non ponderate, monopattini e bonus infruttiferi compresi.

Un debito che graverà sulle spalle dei nostri giovani e sulla percezione che hanno i mercati della nostra economia.

I BILANCI DELLE IMPRESE

Le imprese affronteranno la fase post covid altamente indebitate: a fatica riprenderanno gli investimenti, dovranno recuperare la redditività perduta e restituire quanto avuto in prestito ove contratto durante la pandemia.

Il settore finanziario rischia di essere travolto da un’ondata di fallimenti, con la complicazione delle nuove norme di vigilanza bancaria che hanno ristretto la possibilità di sconfinamenti continuativi dal 5% all’1%. Un campanello d’allarme che farà scivolare un numero impressionante di imprese nel pantano dei crediti deteriorati, aumenterà le procedure concorsuali e costringerà le banche a contrarre il credito adottando misure di rinforzo con pesanti accantonamenti.

Le prime a pagare le conseguenze di questa situazione saranno le imprese che chiederanno nuovo credito: se si verificherà l’emergenza il sistema bancario non potrà sostenerle e la parte buona dell’Italia produttiva sarà destinata alla fine.

LE RIFORME

Se la cifra di 209 miliardi è entusiasmante per molti, nessuno si sta occupando seriamente delle riforme che, oltre ad essere precondizione per l’erogazione dei fondi (fiduciari) del NGEU, ci serviranno per rimettere l’Italia su un percorso di crescita in grado di rientrare dal debito.

Percorso che non siamo stati in grado di realizzare negli ultimi 10 anni,

che condiziona il successo o meno di ogni progetto e che

si aggiunge alla cronica incapacità della Pubblica Amministrazione italiana di sfruttare adeguatamente i fondi europei.

Senza riforme lo sviluppo del nostro Paese non vedrà mai la luce.

L’Unione europea ci chiede di intervenire nella burocrazia della PA, nella concorrenza, nella giustizia civile, nella tassazione.

Nella Pubblica amministrazione ad esempio abbiamo programmato la digitalizzazione, ma prevediamo nuove assunzioni di personale, in esatta antitesi con il futuro aumento di produttività che dovrebbe innescare la stessa digitalizzazione.

Nella giustizia prevediamo nuove assunzioni ma non ci preoccupiamo del contenimento dell’effetto devastante che sarà portato dai fallimenti causa Covid: non si pensa a procedure esecutive e fallimenti specifici che riducano i tempi e permettano una rigenerazione del tessuto imprenditoriale in modo tale da farlo sopravvivere a se stesso in maniera indolore.

Gli italiani (classe politica e cittadini) non hanno compreso lo spirito alla base del Next Generation Eue sicuramente non hanno compreso (anche per ragioni tecniche) l’azione sviluppata negli anni da Mario Draghi.

Noi non siamo all’altezza della sfida immensa ed ultima chance rappresentata dal Recovery Fund: Mario Draghi lo è.

Ma non nei termini che sognano gli italiani, abituati a regalie di ogni genere che, questa volta, non ci saranno

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