Lo spread altalenante e dipendente dall’estero

Lo spread italiano nell’ultima settimana ha risentito delle tensioni internazionali e ha aperto scenari di vendite, nel momento in cui si è creato un minimo stato di allerta sui mercati azionari per le quotazioni Apple e l’incertezza economica mondiale spera nella ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Cina per evitare la guerra dei dazi, con un incontro che dovrà tenersi la prossima settimana.

I BTP AFFRONTANO I MERCATI SENZA LO SCUDO DEL QUANTITATIVE EASING

Operazione partita (tardivamente) nel marzo 2015 che ha permesso all’Europa nel suo complesso di ricevere liquidità e ripartire dopo la crisi economica del 2008, ha lasciato molte perplessità aperte in merito agli effetti inflazionistici prodotti: secondo il mandato della Banca centrale (che, con le sue operazioni tende a portarne il valore intorno al 2%), l’inflazione avrebbe dovuto attestarsi in via definitiva per il 2018 all’1,8%, scendere all’1,6% nel 2019 e risalire molto lentamente negli anni successivi. Tutto mentre si prospettano previsioni di crescita al ribasso per l’intera eurozona e proprio mentre l’inflazione di dicembre è registrata al ribasso in alcune stime preliminari.

Per tale ragione il Presidente Draghi è sempre stato prudente sulla salita futura dei tassi “rialzo dei tassi non previsto almeno fino all’estate 2019”, ma ha di fatto concluso l’immissione di nuova liquidità il 31 dicembre 2018. Acquisti per oltre 350 miliardi di debito pubblico italiano che hanno contribuito in maniera decisa al contenimento dei costi per interessi, liberando risorse che sono state (mal) utilizzate dai vari Governi.

Quantitative easing spesso contestato dai cittadini, perché avrebbe favorito accumulazione di ricchezza soltanto a favore dei risparmiatori abbienti che hanno visto aumentare i prezzi di Btp, azioni e obbligazioni, in realtà ha favorito lo sviluppo economico con tassi di grande favore per finanziamenti di famiglie e imprese, aumentando l’occupazione stimolata dagli investimenti e favorendo la generale ripresa.

La Banca centrale si muove, con un atteggiamento cauto in aspettativa del trend di mercato e delle valutazioni dei principali indici, senza anticiparne o condizionarne in maniera impattante ed immediata gli effetti, viste anche le complesse interconnessioni finanziarie.

LA SITUAZIONE STATUNITENSE

Dopo 9 rialzi consecutivi dei tassi partiti nel 2015, la banca centrale statunitense starebbe per adottare un meccanismo di prudenza, anche per non andare in contrasto con la politica espansionistica fiscale del Presidente Trump e, viste

le stime per la crescita al ribasso sia per gli Stati Uniti che le previsioni mondiali,

-il rischio di produrre effetti negativi sui mercati emergenti, e soprattutto

-il trend della guerra commerciale con la Cina,

potrebbe decidere addirittura non aumentare i tassi nel 2019 rispetto alle recenti valutazioni che prevedevano 2 aumenti nell’anno.

E’ da diverso tempo peraltro che i tassi statunitensi si abbassano inspiegabilmente sul lungo termine come se fosse prevista una recessione (era accaduto nel 2006 e la crisi si è verificata nel 2008), da qui l’atteggiamento più attento da parte della Fed.

IL FUTURO IMMEDIATO DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Nel 2019 l’Italia dovrà collocare circa 400 miliardi (di cui la metà decennali) di titoli del debito pubblico sui quali si scaricano inevitabilmente:

– i comportamenti quotidiani delle forze di maggioranza,

-i rapporti con l’Unione europea (turbolenti a partire dal mese di maggio, momento della stesura del conratto di Governo che prevedeva la cancellazione di 250 miliardi di titoli in mano alla Banca centrale europea),

-le incertezze mondiali dalla Brexit ai dazi statunitensi,

– le possibili crisi finanziarie locali da impatto sistemico,

-la volatilità dei mercati,

-il trend del prezzo del petrolio.

Da qui la sensibilità dello spread ad ogni variazione di mercato.

Nell’Ottobre 2019 Draghi lascerà la Presidenza, l’eurozona avrà una guida diversa e dovrà continuare a confrontare la sua competitività con la crescita mondiale e le criticità per il nostro Paese e per il nostro debito pubblico rischiano di aumentare notevolmente.

Enorme preoccupazione sui mercati suscitano anche gli strumenti derivati e gli strumenti non trasparenti (shadow banking) distribuiti nell’economia finanziaria: in caso di crisi gli effetti di questi strumenti potrebbero avere conseguenze addirittura non stimabili per il nostro Paese.

Suscitano preoccupazione anche i debiti privati americani, specialmente delle grandi aziende.

L’Ocse agli inizi di dicembre ha dichiarato che l’economia mondiale potrebbe crescere ancora nel 2019 e nel 2020 ma questa previsione non può fare i conti con elementi inaspettati da un punto di vista finanziario.

Per l’Italia resta fondamentale l’entità del suo debito: la reazione dei mercati si era già vista all’ aumentare delle tensioni sui dazi, alle tensioni sulle discussioni Brexit, con l’instabilità politica del governo francese. Un’ipotesi di crisi finanziaria generatasi altrove ci lascerebbe indifesi, proprio perché la Banca centrale europea ha ormai terminato l’operazione di sostegno (che aumentando il suo bilancio lascia ora parzialmente scoperto il periodo di rientro ampliando i rischi per i Paesi indebitati al verificarsi di un evento negativo).

Per l’Italia, oltre ad una chiara fragilità politica attuale (che ha perorato l’istituzione di una misura assistenzialista e non produttiva solo per raccogliere consenso – il reddito di cittadinanza), resta ancora gravemente non risolto l’importante legame tra debito pubblico e attivo patrimoniale degli Istituti bancari: i titoli di Stato presenti nei bilanci ammontano a circa 400 miliardi ed impediscono peraltro la discussione europea sulla possibile condivisione dei rischi bancari. Più le banche sono legate agli Stati, minore è la progressione dell’integrazione finanziaria europea, visto che gli altri Paesi non vogliono legarsi al rischio economico di un Paese membro. Posizione su cui in Unione Europea non sono stati fatti molti progressi nel corso degli ultimi anni.

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