Il bilancio italiano: nulla allo sviluppo, il peso al prossimo futuro

Con la mediazione del Presidente Mattarella, del Presidente Draghi e del Ministro Savona (che ha saputo disinnescare gli interventi dei due leader politici), l’Italia è riuscita ad evitare la procedura di infrazione per deficit eccessivo a causa della mancata riduzione a ritmo sufficiente del debito pubblico, procedura che avrebbe bloccato almeno per i prossimi 10 anni la gestione dei conti pubblici. Con i parametri minimi richiesti dalle norme europee, il quadro finanziario generale è stato ricomposto all’interno di un emendamento sottoposto dapprima al Senato (senza passare per la competente Commissione) e successivamente alla Camera, contingentando i tempi e sopprimendo completamente il confronto e la discussione democratica del Parlamento che è stato pertanto esautorato delle sue funzioni fondamentali.

Il risultato emerso è stata una composizione di bilancio che non ha saputo fare sintesi tra le promesse populistiche e fortemente demagogiche presentate in campagna elettorale e le nefaste conseguenze che saranno riscontrabili solo in un futuro, non troppo immediato, di una manovra di bilancio assistenzialistica, che non permetterà il superamento del periodo stagnante che segna il destino del Paese ormai dal 2008.

 

I VALORI MONITORATI DALLA COMMISSIONE EUROPEA

L’argomento nevralgico nella revisione della manovra è stata la riformulazione del tasso di crescita del Prodotto interno lordo del 2019: dopo la riduzione all’1% dall’1,5% originariamente indicato dal Governo, la Commissione europea ha ricalcolato i parametri delle possibili correzioni, richiedendone in misura inferiore, causa la minore crescita successivamente indicata.

Anche il deficit strutturale (valore del deficit che non tiene conto del ciclo economico e delle misure una tantum) è stato revisionato: avrebbe dovuto peggiorare dello 0,9% mentre resterà invariato.

L’Ecofin potrà comunque adottare ogni decisione nel mese di gennaio 2019, dopo che i provvedimenti saranno stati adottati in via definitiva dal Parlamento.

 

TRA LE MISURE ADOTTATE

*introduzione del regime forfettario per imprenditori e professionisti: ricavi fino a 65mila euro vedranno l’applicazione di Ires al 15%, mentre gli stessi potranno avere ricavi fino a 100mila euro tassabili al 20%. Chiara spinta verso la “non crescita” dei ricavi per aumentare il risparmio fiscale (oltre la soglia di 100mila euro si rientrerà nei parametri Irpef ordinari, ben più costosi) a forte rischio evasione e scarso stimolo alla crescita.

*riduzione degli investimenti di 1 miliardo rispetto allo stanziamento del 2018, dietro la motivazione della necessità di dover meglio utilizzare i fondi strutturali europei (investimenti ridotti che hanno fatto dire al Ministro Savona come, con un livello di investimenti così basso, sarà letteralmente impossibile produrre crescita). Investimenti ridotti, mentre dovrebbero essere strumento essenziale di sviluppo soprattutto in termini anticiclici, e invece rischiano di peggiorare la situazione di arretratezza e di stallo economico in cui si muove il Paese rispetto agli altri partner europei;

Investimenti UPB

*riduzione dei fondi alle Ferrovie dello Stato, che vedranno spalmate le risorse sul prossimo triennio;

*riduzione del credito di imposta al Sud per 150 milioni, misura di stimolo alla produttività per una zona notoriamente e fortemente disagiata;

*riduzione della spesa per emergenze del soccorso civile;

*riduzione della spesa per gli insegnanti di sostegno;

*inserimento del blocco dell’indicizzazione delle pensioni oltre i 1552 euro al mese, pur se maturate con metodo contributivo.

*aumento generalizzato della pressione fiscale dal 42% del 2018, al 42,5% nel 2019, al 42,8 nel 2020 composta da diversi fattori:

Pressione fiscale UPB

dando la possibilità ai Comuni di aumentare Imu e Tasi (esclusi i Comuni che hanno già scelto in passato di applicare le aliquote massime), aumentare l’imposta sulla pubblicità (la tariffa base dell’imposta potrà essere aumentata fino al 50%),

aumentando la pressione fiscale per banche e assicurazioni per un ammontare di oltre 4 miliardi nel 2019, Istituti che necessariamente riverseranno nel corso dei prossimi mesi questa penalità sulla clientela affidataria;

raddoppiando la tassazione Ires per gli enti non commerciali, che spesso sostengono i settori più vulnerabili del Paese quando non c’è l’intervento dello Stato;

 

Il bilancio italiano parte con una penalizzazione pesantissima a partire dal 2020: clausole di salvaguardia da disinnescare in due anni per oltre 50 miliardi che potrebbero comportare aumento dell’iva dal 10% al 13%, dal 22 al 25,2% e successivo aumento al 26,5% nel 2021. Scelta di rimandare al futuro questo peso appositamente individuata dal Governo, e non indirizzato a ciò dalla Commissione europea, che ha monitorato i saldi 2019 e non quelli degli anni successivi.

 

Destinato a partire dunque il reddito di cittadinanza, forma assistenzialistica ed inerziale che avrà molte difficoltà per essere rimossa dopo la sua introduzione.

Destinata a scendere la popolarità del partito leghista che ha lasciato ampiamente insoddisfatte le categorie produttive, lasciando al futuro il peso del nuovo assistenzialismo, la mancata lungimiranza, l’incapacità di metter mano ai cronici problemi italiani.

Non c’è stata spending review, c’è stato l’inserimento delle clausole di salvaguardia, vi è stata la consueta iscrizione in bilancio di privatizzazioni forse irrealizzabili: piena continuità con i precedenti Governi che, almeno, però, avevano iniziato a rilanciare il Paese.

L’Italia finisce dentro un fossato, dopo aver dato consapevolmente, carta bianca a chi si è dimostrato di non saper gestire il futuro.

Gli italiani se ne accorgeranno, ma ci vorrà ancora qualche tempo.

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