Il COVID 19 e i suoi impatti nel divario di genere (Fondo Monetario Internazionale)

Il Fondo Monetario Internazionale ha sempre mostrato una notevole sensibilità sul divario di genere, aumentando la propria attenzione sul tema durante la pandemia da COVID 19.

In un articolo scritto a 4 mani [1]e pubblicato il 21 luglio scorso, viene evidenziato come la corrente crisi sanitaria possa ridurre le opportunità che le donne erano riuscite ad ottenere in 30 anni di progressi, con il grave rischio di tornare ad ampliare il divario di genere.

Sono state infatti le donne,  ad aver subito i più forti  effetti negativi perché maggiormente impegnate , rispetto agli uomini, in “settori sociali” come servizi, vendita al dettaglio, turismo ed ospitalità (ristorazione, alloggio): ambiti che richiedono interazioni continue vis à vis. Lo smart working per buona parte di questi ruoli non è riuscito, e non potrà mai, coadiuvare le loro funzioni e la loro operatività.

Specialmente nei Paesi a basso reddito sono sempre le donne ad essere state maggiormente impiegate in lavori irregolari, spesso retribuiti in contanti e con compensi molto spesso irrisori, senza contrattazione ufficiale, protezione normativa, benefici pensionistici e protezioni di natura sanitaria.

Le donne hanno continuato a svolgere lavori domestici per cui non sono pagate, anzi hanno visto aumentare il carico di lavoro proprio perché durante il lockdown la fornitura di questi servizi esterni sul mercato è stata interrotta.

Al fine di recuperare terreno, in generale il Fondo Monetario ritiene efficaci e d’impatto tutte le politiche fiscali sensibili alle esigenze femminili: ogni investimento nell’istruzione e nelle infrastrutture di supporto, l’assistenza all’infanzia e lo sviluppo del congedo parentale, l’assistenza sanitaria per le famiglie con soggetti fragili, così come il sostegno finanziario alle piccole imprese al femminile e alle lavoratrici autonome.

Per avere una ripresa post Covid19 inclusiva sarà necessario adottare un insieme coordinato di queste politiche.

Il 9 settembre[2], peraltro, il Fondo altresì argomentava sul  “divario di colpa” tra donne ed uomini: le prime si sentono molto spesso obbligate ad accettare sacrifici di natura professionale –economica per via di più elevati sensi di colpa. Spesso la donna non si sente né la madre ideale né il dipendente ideale ed è maggiormente disponibile a sacrificarsi economicamente, in termini di una minore retribuzione, per ottenere un migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata. La pandemia rappresenta, in tal senso, momento catalizzatore di azioni di riequilibrio.

Per il Fondo monetario vanno dunque assolutamente evitate le battute d’arresto delle politiche che tendono a colmare i divari di genere e devono svilupparsi contemporaneamente azioni che riescano a mitigare gli effetti della pandemia evidenti e fortemente negativi sulle donne.

Le istanze femminili vanno dunque rimesse al centro nel processo di rilancio dei Paesi, anche con proposte di natura settoriale a cui non manchi l’organicità necessaria alla visione complessiva perchè i Paesi possano avviarsi verso una prospera ripresa.


[1] “The Covid-19 Gender Gap” a firma Kristalina Georgeva  (Consigliere delegato del FMI), Stefania Fabrizi (Vice capo unità dipartimento strategie e politiche del FMI), Cheng Hoon Lim (Vice direttore dipartimento politiche occidentali del FMI), Marina M.Tavares (Economista del Dipartimento di ricerca del FMI);

[2] “Guilt, Gender and Inclusive recovery: a lesson from Japan” a firma Chie Aoyagi (economista del dipartimento Africa del FMI, già economista dell’Ufficio Regionale Asia e Pacifico del FMI)

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