Il Recovery Fund e l’Italia che spende male: disegnare il domani

Alcuni giorni fa è stata scritta una delle pagine più belle della storia europea: con il piano di risanamento che va sotto il nome di “Recovery Fund” sono state poste le basi per lo sviluppo prossimo futuro del nostro Continente, schiacciato tra le due superpotenze che ogni giorno guidano la sfida della supremazia.

Il Recovery Fund garantirà ai Paesi membri disponibilità finanziarie a fondo perduto (grants) e prestiti (loans). Abbinato alle altre misure finanziarie finanziarie già adottate ed in corso di esecuzione (Sure, Bei, Mes e acquisto debito da parte della Bce, per un totale complessivo di 2.400 miliardi di provvedimenti), si accompagnerà ad un sostanziale allentamento delle regole di funzionamento di debito e indebitamento dei Paesi.

Il sollievo da portare ai territori che lo utilizzeranno dovrà essere mirato: ripresa economica, transizione verde (Green New Deal) e transizione digitale (Digital Agenda). Rilancio congiunturale e cambiamento epocale dell’economia che garantiscano all’Unione europea un sostanziale e sostanzioso balzo in avanti.

I negoziati per la definizione dettagliata dei contenuti inizieranno nel Consiglio Europeo del prossimo 19 giugno: per l’Italia si prospettano cifre intorno agli 80 miliardi a fondo perduto e 90 miliardi come prestiti.

Per ottenere i finanziamenti i singoli Paesi dovranno presentare le misure da adottare nei Piani nazionali di riforma del semestre europeo (ad aprile di ogni anno ma potranno essere anticipati all’Ottobre precedente) e l’erogazione dei fondi (sia a fondo perduto che prestiti) dipenderà dall’implementazione e dai progressi delle stesse misure. La scaletta iniziale dei provvedimenti sarà comunque presentata dal singolo Paese: nella valutazione la Commissione europea metterà i vari progetti in stretto collegamento con le raccomandazioni Paese e con le 3 principali priorità (ripresa, green e digitale).

La copertura del finanziamento del Fondo avverrà sia facendo aumentare (fino al 2% del reddito nazionale lordo) le risorse proprie, sia mediante l’istituzione di nuovi sistemi di tassazione europea tra cui tassa sul digitale per uno stop all’elusione fiscale dei giganti del web, plastic tax, tassa su anidride carbonica applicata sullo quote inquinamento che sarà estesa fino ad aerei e navi.

Il reperimento dei fondi avverrà sui mercati finanziari ordinari, mediante l’emissione di titoli direttamente da parte della Commissione europea.  I titoli avranno durata sino a 30 anni (prime scadenze dal 2028, ultime 2058), non intaccheranno i bilanci pubblici, non aumenteranno il debito dei singoli Paesi e non comporteranno mutualizzazione del debito tra Paesi membri. Le garanzie si appoggeranno soltanto sul bilancio settennale di 1.100 miliardi dell’Unione Europea.

L’importo assegnato ai singoli Paesi terrà conto del criterio di prosperità relativa e del tasso medio di disoccupazione. Nel tempo l’erogazione invece riguarderà i progressi fatti sui piani di riforma assicurati: in caso di mancato rispetto (anche progressivo) degli obiettivi i fondi non saranno erogati.

Per l’Italia i punti focalizzati nelle ultime Raccomandazioni della Commissione europea sono:

  • Politiche di bilancio volte ad assicurare una ripresa economica a medio termine dalla pandemia e la sostenibilità del debito pubblico,
  • Aumento degli investimenti pubblici e privati (n.b. nei Decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio non vi è traccia di investimenti e politica industriale né uno snellimento regolatorio per la cantierizzazione veloce delle opere),
  • Sostegno alle fasce più deboli e agevolazione di politiche occupazionali,
  • Rafforzamento dell’apprendimento a distanza,
  • Fornitura di liquidità all’economia reale, evitando altresì ritardi nei pagamenti della P.A.,
  • Concentrazione degli investimenti nella transizione digitale e green (dalla gestione rifiuti alle infrastrutture digitali, da energia pulita a trasporto pubblico sostenibile),
  • Miglioramento del sistema giudiziario e della Pubblica Amministrazione.

I provvedimenti ovviamente dovranno essere adeguatamente fissati e riconoscibili, pena il rischio di non usufruire dei fondi o di creare contrasti e/o mancata possibilità di monitoraggio: l’Unione Europea dovrà poter verificare che la spesa sia mirata ed utilizzata nel modo più corretto possibile.

L’Italia ha davanti a sé una sfida gigantesca: quella di dover allocare le risorse ma contemporaneamente associare la sua responsabilità nella scelta della politiche, pena la perdita dei fondi. I piani di riforma dovranno essere credibili ma soprattutto attuati materialmente.

Bisognerà scrivere un piano pluriennale di interventi, avendo una visione d’insieme che superi le politiche fallimentari e di consenso dell’ultimo ventennio che si sono rivelate incapaci di generare crescita: semplificazioni normative e burocratiche che stimolino gli investimenti produttivi e permettano al Paese di dimenticare il suo disastroso passato.

Questa crisi senza precedenti e la gestione per passi successivi della pandemia non siano le scuse per una mancata lungimirante progettazione: l’Italia è funzionalmente debole e ha un disperato bisogno di crescere e prosperare.

Crescita peraltro assolutamente necessaria al Paese per garantire la sostenibilità del proprio debito pubblico e soprattutto per evitare che questa drammatica crisi economica si trasformi in futuro in crisi del debito: un debito che raggiungerà lo stratosferico rapporto del 155% sul Pil già da fine 2020.

Crescita necessaria anche all’Unione europea, appesantita dal divario economico che caratterizza l’Italia: da qui la decisione di “risalire insieme”.

L’Italia impieghi la massima serietà e la massima accuratezza nell’utilizzo delle risorse e sappia altresì comunicare, ai propri cittadini e all’estero, la propria concretezza e la propria visione strategica d’insieme, traducendola in benefici tangibili a medio e lungo termine.

 

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