La risoluzione al Documento di Economia e finanza

Approvata in entrambi i rami del Parlamento la

risoluzione al Documento di economia e finanza

che impegna il Governo nelle prossime trattative con l’Unione europea per addivenire alla successiva stesura della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che sarà presentato a settembre (il documento che conterrà le vere linee delle decisioni di Governo).

Contemporaneamente sono stati bocciati tutti gli emendamenti alla stessa risoluzione presentati dalle opposizioni.

 

Il documento di economia e finanza presentato in primavera dal Governo Gentiloni (allora dimissionario e che non poteva contenere decisioni politiche) già assumeva lo stesso programma nazionale di riforma del 2017 e non riportava i dati statistici aggiornati con le tendenze economiche (in rallentamento per il nostro Paese come dichiarato dall’Ocse in documenti recenti): anche su questi dati dovrà lavorare l’attuale governo nella sua programmazione del prossimo settembre.

L’ultimo Def riscontrava comunque il fatto che il Paese fosse stato portato fuori dalle più gravi secche delle crisi recessive innestatesi tra il 2008 ed il 2011 (non escludendo il generale peggioramento del debito complessivo privato e pubblico).

 

La risoluzione parlamentare approvata (che non contiene numeri ma orientamenti) comporta:

il disinnesco delle clausole di salvaguardia per il 2019 che contengono l’aumento dell’Iva e le accise su benzina e gasolio,

-la richiesta all’Europa di slittare di un anno il pareggio di bilancio dal 2020 al 2021,

-la richiesta di rimodulare il deficit pur nel pieno rispetto dei vincoli dell’Unione Europea.

 

Sarà dunque nell’ambito di queste indicazioni, che, a fine settembre, i provvedimenti dovranno perseguire:

le misure per la lotta alla povertà,

-le politiche attive per la disoccupazione,

-il superamento della Legge Fornero,

-la riduzione della pressione fiscale

quali parti del contratto di Governo,

le spese indifferibili per il rinnovo dei contratti pubblici e

-l’autorizzazione alle missioni internazionali

quali voci rilevanti di spesa ineludibili.

 

Il Governo si muoverà con limitati margini di azione:

in primo luogo data l’incertezza dei tassi sul debito pubblico per via dell’annunciata riduzione dell’operazione della Banca centrale europea che potrebbe assorbire maggiori risorse (100 punti di spread differenziale in aumento hanno, per esempio, un costo aggiuntivo dopo un anno di circa 2 miliardi),

in secondo luogo perché dovranno essere aggiornati i valori di stima di crescita del Paese sulla base di dati aggiornati che parlano di un economia in tendenziale frenata,

in terzo luogo perché l’aumento degli investimenti programmati nel contratto di Governo (nonostante la programmata task force sugli investimenti) ammesso e non concesso che si realizzino immediatamente, non producono effetti immediati sul Pil,

in quarto luogo perché il Governo si è espresso in termini di riduzione del deficit per finanziare la spesa corrente, andando così ad intaccare interessi precostituiti.

 

Dovranno quindi essere fissati con la Commissione europea i veri margini di manovra:

si parte con l’incontro in Lussemburgo di venerdi con i vertici Ecofin ed Eurogruppo

per trovare le coperture:

-fino a 17 miliardi di reddito di cittadinanza,

-5 miliardi per il superamento della Legge Fornero (parte esodati),

-12 miliardi per il disinnesco delle clausole di salvaguardia,

-fondi (da quantificare) per gli investimenti,

-dai 3 ai 5 miliardi per iniziare la flat tax.

 

Senza dimenticare che Bruxelles ha in corso la richiesta di riduzione del deficit strutturale con una correzione di circa 5 miliardi già per l’autunno (o, in alternativa, l’inizio di una procedura per disavanzo eccessivo entro il prossimo anno) e che ogni deroga ai conti potrà essere attivata solo dopo aver raggiunto il pareggio di bilancio (del quale invece la maggioranza ha richiesto lo slittamento).

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