Ci aspetta un Governo di “mezze misure”?

Il nuovo Governo si formerà mentre l’Italia è in attesa della comunicazione da parte della Commissione europea sulle “raccomandazioni Paese”: una serie di indirizzi sui quali orientare le scelte di politica economica.

Sempre nello stesso contesto l’Europa potrebbe dare il suo giudizio sul percorso di riduzione dell’indebitamento, dopo che la Commissione si era riservata di valutare la flessibilità già concessa purché si riducesse il deficit (che per il 2017 si è rivelato migliore delle previsioni e bisognerà essenzialmente definire il deficit per il 2018): diversamente si potrebbe aprire una procedura di infrazione o potrebbe esserci la richiesta di una manovra da 3 a 5 miliardi.

In attesa di conoscere i contenuti del contratto stilato tra Lega e M5S, restano  i seguenti dati di previsione:

-tasso di crescita del Pil per il 2018 pari all’1,5%,

-deficit/Pil previsto all’1,6% salvo ulteriori margini di manovra da definire sia nella parte programmatica del Def (che ovviamente non è stata ancora redatta dall’attuale Governo dimissionario), sia da portare in trattativa con Bruxelles.

Non potrà essere sfruttata la clausola investimenti già utilizzata in passato, perché gli effetti non si sono avuti sulla spesa fatta nel 2017.

Dovranno essere trovati i fondi per finanziare le spese indifferibili e reperire disponibilità per disinnescare 12 miliardi di aumento di Iva previsti per fine anno.

Il tutto mantenendo credibilità in Europa soprattutto in merito alla tenuta dei conti pubblici.

Ovviamente dovranno essere inseriti nel programma di governo anche gli effetti delle riforme, essenzialmente quelle che possono avere un impatto immediato sul bilancio dello Stato, considerato anche che ogni riforma ha il suo costo, quantomeno  iniziale.

Punto estremamente negativo: essendosi sostanzialmente chiusa la differenza tra crescita reale e crescita potenziale (cosa che accade quando un Paese inizia a crescere) potrebbero non essere più permesse politiche espansive (il già noto problema dell’ “output gap”).

Non si potranno smontare le riforme (il Jobs Act, o la riforma del sistema previdenziale): tutt’al più potranno essere leggermente limate (in special modo  la Legge Fornero, che evita di scaricare sulle future generazioni i costi delle pensioni attuali).

Dovrà continuare la crescita dell’avanzo primario (differenza tra entrate e spese dello Stato prima del pagamento degli interessi) e bisognerà continuare a controllare la spesa pubblica delle amministrazioni.

A settembre dovrà essere inviato alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio dopo l’approvazione della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza: contemporaneamente terminerà il programma ampliato di nuovi acquisti titoli da parte della Bce (saranno soltanto reinvestiti gli incassi dei titoli che andranno a scadenza).

Nel frattempo il quadro esterno prevede rallentamenti potenziali dell’economia mondiale e/o una possibile recessione da crisi finanziaria a causa dell’ indebitamento mondiale, (pubblico e privato) cresciuto enormemente (raggiungendo quota 164.000 miliardi di dollari):

-in Europa vi sono  indici di una crescita moderata e non decisa (pur se la più alta dal 2007) ma ci sono gli indicatori di fiducia piuttosto interlocutori,

-gli Stati Uniti crescono da 8 anni (che è economicamente un tempo lunghissimo e quasi non fisiologico),  anche se la crescita dei salari rimane contenuta,

-l’economia cinese è indebolita (complici anche le azioni e i programmi del Presidente degli Stati Uniti),

-l’inflazione europea fatica a risalire e restare stabile su valori congrui, quantomeno per diverse aree del nostro continente,

-il cambio euro/dollaro sembra stabile ma non è garantito,

-i tassi negli Stati Uniti sono destinati a salire (con ciò trascinandosi dietro i tassi europei, con il rischio di creare tensioni nel nostro mercato finanziario) e la Banca centrale europea ha già usato molti strumenti (tassi bassi, acquisto di titoli) per intervenire negli ultimi tre anni sul sostegno monetario per cui i margini della sua ipotetica azione, in caso di crisi, potrebbero essere  davvero limitati.

Nei tempi recenti vi è stata tensione con la Commissione europea sul caso Alitalia, sulle tasse pagate nella zona dell’Aquila, e sono in corso dibattiti fondamentali sul futuro dell’Unione e delle sue prospettive economiche e finanziarie, ivi compresi il controllo delle frontiere, il completamento dell’Unione bancaria e l’Unione del mercato dei capitali.

Tra i temi europei vi è la proposta di un bilancio proprio dell’Unione che possa garantire stabilità per i Paesi in crisi e convergenza per i Paesi che vogliono entrare nell’are euro: un delicato equilibrio tra solidarietà tra Paesi e necessità che ognuno si assuma le proprie responsabilità.

A tutte queste problematiche i politici aspiranti di Governo pensano forse di avere come unica richiesta quella di modificare il Fiscal Compact o altre parti dei Trattati Europei?

Oppure le soluzioni verranno individuate tra tutti gli estremismi indicati in campagna elettorale

e saranno soltanto vie di mezzo per poter un giorno dire che la colpa è sempre dell’Europa?

E la gestione delle politiche sarà così agevole una volta occupati i dicasteri?

I mercati al momento attendono pazientemente, sia perché sono in essere delle politiche monetarie che contengono la salita dei tassi, sia perché i mercati stessi guardano in un primo momento alla stabilità dei Governi  (il tempo per l’azione è uno degli elementi di valutazione delle politiche) e solo successivamente al contenuto delle proposte di azione. Attualmente comunque buona parte del nostro debito è in mani nazionali e questo dovrebbe limitare gli effetti devastanti della crisi che si innescò nel 2011.

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