Ilva: il destino di 20.000 persone sospeso nell’incertezza

Oscilla tra il contenuto ampio e piuttosto vago del programma di Governo e le dichiarazioni di Fioramonti (esponente dei 5 st) sull’Ilva, il futuro della vita lavorativa di circa 20.000 persone.

Contratto di Governo: “Con riferimento all’Ilva, ci impegnamo, dopo più di trent’anni a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard montiali a tutela della salute dei cittadini e del comprensorio di Taranto, proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti per le quali è necessario provvedere alla bonifica, sullo sviluppo della green economy e delle energie rinnovabili e sull’economia circolare“.

Fioramonti: “In questo momento ci muoviamo in una direzione chiara, cioè chiusura programmata e riconversione economica dell’Ilva“.

Sul maggior sito siderurgico a ciclo integrale d’Europa, aggiudicato nei mesi scorsi ad un consorzio nel quale ha la maggioranza la principale azienda siderurgica e mineraria del mondo, presente in 60 Paesi, l’Arcelor Mittal, vi è una nebulosa situazione che angoscia i cittadini e i lavoratori che all’Ilva hanno già sacrificato la propria salute ed il futuro.

Gli acquirenti si sono impegnati ad una spesa complessiva di oltre 2 miliardi tra interventi ambientali ed efficentamento delle linee produttive (l’impianto negli anni ha perso volumi di produzione ed efficienza tecnica, proprio mentre sta ripartendo la domanda di acciaio europea).

L’Arcelor, seguendo le indicazioni della Commissione Europea che ha imposto all’aggiudicatario la riduzione di capacità produttiva complessiva dei siti di proprietà per non arrecare squilibri di mercato, deve provvedere alla cessione di cinque suoi stabilimenti europei (fra cui uno italiano), eliminando dal suo perimetro operativo tra i 6 e i 7 miliardi di tonnellate di acciaio, per una forza lavoro che occupa 12mila dipendenti ed avrà l’obbligo di limitare la sua rete distributiva in Italia e Francia. Manovra necessaria per evitare il controllo di una cifra superiore al 40% della capacità produttiva europea del settore.

Sempre su indicazione della Commissione Europea, il gruppo Marcegaglia è stato obbligato ad uscire dalla cordata che aveva vinto la gara, al fine di evitare che l’intera operazione potesse portare ad una eccessiva concentrazione di mercato ed un aumento dei prezzi.

La liquidità di cassa dell’Ilva dovrebbe essere sufficiente per la gestione fino alla fine di luglio, per il pagamento di fornitori, manutentori e salari.

Il gruppo Arcelor si era detto intenzionato a completare l’acquisto dell’Ilva entro la fine del mese di giugno.

Sono ancora aperti i ricorsi al Tar proposti (tra gli altri) anche dal Governatore della Regione che ha impugnato le modalità di risanamento proposte dalla cordata in quanto ritenute poco rispettose della salute e dell’ambiente (lo stesso Governatore sembra aspirare alla decarbonizzazione del sito a favore del gas e contemporaneamente mette in atto le procedure per evitare il passaggio della Tap in Puglia, linea di rifornimento del gas che permetterebbe di avere materia prima a costi contenuti).

Proprio in virtù del contrasto da parte della Regione, il Governo aveva convinto gli acquirenti ad accelerare i lavori di bonifica (in parte sostenuti anche dagli introiti derivanti dalla transazione con i Riva, precedenti proprietari).

I sindacati la scorsa settimana non erano convinti della bontà del piano industriale sottoposto da Arcelor ed avevano risposto un no secco alla proposta alla quale aveva mediato il Governo per il tramite del Ministro Calenda.

Secondo la programmazione Arcelor il piano industriale partirebbe subito con 10mila addetti per produrre 5 milioni di tonnellate, per arrivare, al termine del piano, ad avere quasi 10 milioni di tonnellate ed una forza lavoro di 8.500 addetti. La forza lavoro attuale sarebbe ridotta subito di circa 4mila unità di cui 1.500 sarebbero assunti da una società costituita da Invitalia (a partecipazione pubblica) per lo svolgimento di opere di vario genere (non escluse le bonifiche ambientali) mentre per 2.400 dipendenti sarebbe stato programmato un incentivo all’esodo insieme a 5 anni di cassa integrazione. I necessari calcoli numerici operativi aziendali che hanno contemperato la salvaguardia dell’ambiente e dell’occupazione mentre i lavoratori chiedevano esclusivamente lavoro a tempo indeterminato indipendentemente dalla situazione aziendale. La cordata capitanata da Arcelor potrebbe in realtà procedere direttamente alle assunzioni necessarie bypassando la condivisione di un accordo sindacale come quello stilato dal Ministro Calenda.

Al tavolo durissimo e delicatissimo della trattativa occupazionale erano stati coinvolti i sindacati metalmeccanici, i commissari ed il Governo insieme al management del Consorzio capitanato dall’Arcelor Mittal.

Già nel mese di ottobre, mediando in condizioni estremamente difficili per evitare che si allontanasse l’acquirente, il Governo era riuscito ad ottenere l’aumento della forza lavoro da 8.500 unità del primo piano occupazionale a 10.000 dell’ultima proposta, mettendo in campo ulteriori sussidi in termini di ammortizzatori sociali, ampliando così il grado di protezione.

Non sarà comunque possibile aumentare la capacità produttiva sino al termine delle operazioni di risanamento ambientale, che devono evitare l’ulteriore verificarsi delle tristemente note fumate rosse che gravi danni alla salute hanno comportato al territorio, con ciò andando a gravare sulle casse dei nuovi acquirenti. Questo limita ovviamente i risultati economici della cordata almeno per i primi anni di attività.

Un grave incidente accaduto nei giorni scorsi (peraltro in un’area non operativa ma solo soggetta a manutenzione) aveva riportato l’attenzione sulla necessità di continuare ad investire sugli impianti del gruppo per assicurare la vita e la salute di lavoratori e cittadini.

Nonostante l’impegnativo esborso finanziario a cui si sono obbligati gli acquirenti, resta sospeso nell’incertezza il futuro della più grande azienda manifatturiera italiana, lasciando cittadini e sindacati sgomenti di fronte alle argomentazioni.

Tante sono le domande:

-se la chiusura dell’Ilva non porterà invece all’aumento dei 18 milioni di italiani a rischio povertà,

-perché non possano andare bene la graduale riduzione delle fonti inquinanti già programmate dal piano ambientale,

-perché far scomparire l’Ilva avvantaggiando i competitors esteri (e forse anche Marcegaglia e Arcelor),

-se non esista il rischio che volendo fare un intervento pubblico su Ilva per arrivare alla sua dismissione non debbano essere utilizzati altri fondi pubblici in maniera poco prudente (bilancio? Cassa depositi e prestiti?),

-se Arcelor non dovesse fuggire a gambe levate dall’incertezza operativa procurata dagli esponenti politici che si apprestano a formare il Governo,

-se è giusto creare questa incertezza a 20.000 lavoratori che vivono da anni preoccupazioni e angosce sul loro futuro,

-come saranno pagati i creditori il cui avere ammonta ad oltre 2 miliardi,

-se è giusto distruggere la più importante azienda italiana ancora esistente, per la quale esiste un programma di risanamento ambientale, finanziario accompagnato da un solido intervento sull’occupazione.

Domande a cui i tanti che non hanno votato 5st hanno già le risposte.

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