Le risorse arrivano, ma attenzione a come e per cosa saranno spese

Partiamo dai numeri.

I conti pubblici quest’anno vivranno una sorta di deragliamento progressivo. Autorizzati dalla Commissione Europea alla quale per la prima volta può essere ufficialmente riconosciuta piena manleva di responsabilità di quello che andremo ad ipotecare, sappiamo per certo di non avere certezze su quella che sarà la situazione economica dopo il coronavirus, stante gli interventi.

Contrariamente alle consuete dinamiche di rallentamento economico, affrontano una drammatica riduzione della domanda combinata con un sostanziale blocco sul lato dell’offerta a causa della chiusura dal 10 marzo di tutte le attività non strategiche.

La crescita mondiale si arresterà riducendosi per almeno il 3%, nessun Paese ne sarà risparmiato, con un effetto amplificato per i Paesi che entrano in maniera rilevante nelle catene mondiali del valore: sarà pertanto necessario agire in stretta cooperazione, tra Stati e banche centrali.

L’Unione Europea metterà a disposizione vari strumenti per finanziare la ripresa:

-il programma di Quantitative easing della Bce potrebbe assorbire fino a circa 200 miliardi di titoli italiani pubblici e privati,

-con il programma SURE di sostegno alla disoccupazione l’Italia potrebbe agganciare 17 miliardi,

-il Mes potrà fornire fino a 37 miliardi a condizioni finanziarie di favore,

-la Bei svilupperà per l’intera unione interventi intorno a 25 miliardi per capitalizzarne fino a 10 volte.

E’ in predisposizione inoltre il Recovery Fund, per il quale sarà presentata la proposta operativa e di finanziamento (tra contributo dei Paesi e indebitamento) entro il prossimo 6 maggio. L’ammontare delle risorse dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 miliardi (nei quali saranno da comprendere 50 miliardi anticipati dalla politica di coesione 2021 – 2027) che dispiegheranno la loro azione nel corso del prossimo triennio.

Il tutto per affrontare quella che è la più grande manovra di bilancio che si possa ricordare a memoria d’uomo.

Il nostro debito pubblico raggiungerà il 155% del Pil, e dovremo anche diluire correttamente temporalmente la raccolta di capitale visto che tutti i Paesi collocheranno i nuovi titoli per il finanziamento in emergenza: noi faremo collocamento senza aver mai dato segni concreti nel passato di riuscire a gestire il nostro debito per posizionarlo in una traiettoria discendente rispetto al Pil.

Se nel 2020 avevamo in programma di rimborsare 316 miliardi di titoli in scadenza, oggi dobbiamo aggiungerne circa 170 ma la questione vera è che bisogna fare un’attenta valutazione di come verranno impegnati, in modo che essi si rivelino il più produttivi possibile.

Siamo responsabili al momento di tenere in vita compagnie come Alitalia,

siamo un Paese che utilizza poco e male i fondi europei perché incapace di una seria progettazione ed organizzazione strutturale,

abbiamo ancora sulle spalle il destino del Monte dei Paschi di Siena,

ponti e viadotti continuano a crollare,

la sanità negli ultimi due mesi ha mostrato tutti i suoi limiti.

Avanzare dubbi sul destino dei soldi che arriveranno è legittimo e fondato: di soldi inutili a fondo perduto siamo stati campioni di elargizione negli ultimi due anni.

Bisognerebbe predisporre una comunicazione puntuale, completa e quasi ragioneristica degli interventi, dei loro costi e dei loro benefici, insieme ad una ponderazione dei rischi fiscali che si correranno in futuro, perché se la via del debito è inevitabile, bisogna avere la consapevolezza che essa ricadrà completamente sulle generazioni future, che non resteranno immuni dalle scelte attuali.

Non servono ad attenuare l’allerta le previsioni di rimbalzo sullo stato della nostra economia di analisti ed organizzazioni economiche: non sappiamo ancora quanto e fino a quando questo virus inciderà su vite ed economie, per cui parlare di benefici ed effetto ripresa è, allo stato attuale, totalmente velleitario.

E questo dovrebbe indicare una strada di grande prudenza e chiarezza comunicazionale.

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