Come si difende l’Italia dalla procedura d’infrazione (avendo accantonato due miliardi in bilancio)

Contando sulla discrezionalità della Commissione europea nella verifica del rispetto delle regole, l’Italia ha prodotto il “Rapporto sull’andamento del debito”, documento contenente valutazioni economico finanziarie del Paese negli ultimi anni, posizionamento e aspettative per il triennio 2020-2022, onde evitare l’avvio della procedura di infrazione.

Il Ministero conferma che il nostro Paese non è riuscito a rispettare la regola di riduzione del debito, evidenziando che vi è una differenza ancora molto marcata tra il costo medio del debito pubblico e il tasso di crescita nominale del Pil, ma che l’approccio alla gestione dei conti pubblici nell’attuazione del programma di Governo, è comunque prudente e responsabile.

Cuore della risposta è nella valutazione del meccanismo di “Output gap”, il percorso grazie al quale viene valutata la differenza tra crescita potenziale ed effettiva: la metodologia applicata è una questione altamente controversa da anni in seno alla Commissione Europea. Quanto più marcata è questa differenza, minori sono le misure che il Governo deve adottare per la stabilità dei conti.

L’Italia ritiene che le stime dell’output gap per il nostro Paese siano altamente sensibili rispetto alla metodologia attualmente in essere ed ai parametri ad essa sottostanti: con determinate variazioni nei calcoli, l’economia italiana attraverserebbe un periodo di congiuntura negativa, che modificherebbe considerevolmente l’adeguamento richiesto dalla Commissione Europea . Adottando indici e valori diversi, l’output gap risultante dai calcoli sarebbe perciò notevolmente diverso e il saldo strutturale del deficit (cioè quello al netto del ciclo economico e dei provvedimenti correnti) di minore entità. Anche senza i margini di flessibilità concessi dalla Commissione europea ma con questi diversi parametri, l’Italia nel 2018 avrebbe raggiunto una situazione strutturale equilibrata. L’obiettivo per l’Italia resta dunque quello di migliorare la misurazione di determinate variabili. Le differenze di valutazione secondo il Ministero sarebbero talmente pesanti da non giustificare alcun adeguamento strutturale richiedibile dalla Commissione.

Confrontando le stime dell’output gap dell’Italia e di altri Paesi da parte di altri organismi (tra cui Ocse e Fondo monetario), risulta evidente che i divari di calcolo che portano alla determinazione di eventuali provvedimenti, sono minori per la Commissione europea, mentre si ampliano nei conteggi delle altre Istituzioni economiche.

 

Altri elementi da considerare

Tra le stime da tenere in conto vi sono gli interventi sulla disoccupazione strutturale effettiva: dato che dal 2014 l’Italia ha realizzato politiche volte a ridurre la stessa e i salari non sono cresciuti, se ci fosse stato aumento di occupazione strutturale vi sarebbero state pressioni al rialzo dei salari, cosa che non è accaduta.

Viene data anche una interpretazione sugli effetti del reddito di cittadinanza, misura volta a dare sostegno alla parte più povera della popolazione che interviene anche sull’offerta di lavoro, con conseguenze che si produrranno su numerosi indicatori occupazionali e sociali. Con questa misura viene aumentata la produttività a medio e lungo termine, in particolare a partire dal 3° anno di implementazione. Se nel breve termine si hanno lievi effetti sul Pil, il prodotto potenziale derivante dalla misura non aumenterebbe  subito ma soltanto negli anni successivi, e di ciò non si sarebbe tenuto conto nelle valutazioni della Commissione. Il reddito di cittadinanza, abbinato allo stimolo agli investimenti da parte privata (incluso nel Decreto crescita) e alla semplificazione nelle procedure di approvazione delle opere pubbliche (contenuta nel Decreto sblocca cantieri) porterà un miglioramento nel mercato del lavoro a partire dal 2021. Sempre nel contesto del reddito di cittadinanza è evidenziato che nella gestione delle politiche attive del lavoro, l’Italia ha utilizzato risorse inferiori rispetto ad altri Paesi europei, e ciò ha giustificato l’utilizzo di fondi per il rafforzamento della rete dei servizi pubblici per l’impiego con nuove e più performanti infrastrutture, aggiornamento tecnologico e reclutamento di lavoratori qualificati.

A sostegno di un maggiore e più ampio output gap, viene ricordato che andrebbero esclusi dal calcolo i provvedimenti per gli interventi straordinari a sostegno del settore bancario.

Sono sottolineate anche importanti evidenze macroeconomiche come

l’assenza di pressioni inflazionistiche e

una forte caduta del Pil,

che porterebbero ad una stima di output gap diversa e più ampia, tale da non determinare un peggioramento del deficit strutturale che richiederebbe l’adozione di provvedimenti contro il nostro Paese.

Tra le elaborazioni è valutato anche l’effetto dello spread, in particolare quello che può essere l’influsso di una variazione nel livello e dell’importo del debito pubblico a breve termine, da cui potrebbe derivare una significativa vulnerabilità del nostro Paese. Il Ministero considera sopravvalutato il fabbisogno di finanziamento lordo, soprattutto con riferimento alla quota di indebitamento a breve termine che peraltro è sostanzialmente diminuita tra il 2015 ed il 2017. In caso di shock temporanei non vi sarebbero incertezze a breve termine mentre in caso di shock permanenti, le conseguenze sarebbero estremamente contenute e comunque tali da non compromettere la tendenza decrescente del rapporto debito / Pil su cui si è impegnato il Governo.

L’esecutivo ritiene necessario concentrare l’attenzione sulle tendenze demografiche, per le quali ha una visione ottimistica rispetto a quella che può essere la tendenza della spesa pensionistica a lungo termine, sia considerando il saldo di partenza che l’incidenza nell’ evoluzione nella produttività totale dei fattori.

Non compromettono i conteggi le garanzie concesse al sistema bancario, in quanto rappresentano piccola parte del Prodotto interno lordo nazionale, così come non rilevano i rischi della partecipazione al capitale delle imprese da parte del Governo, ritenute in linea con quanto in essere per le altre principali economie dell’Unione europea.

Scarsa incidenza sulla valutazione della situazione finanziaria del Paese ha anche il debito privato, che è uno dei più bassi della zona euro, con il settore domestico che risulta uno dei meno indebitati.

Le proprietà immobiliari continuano a perdere valore, anche se il numero di operazioni aumenta.

Migliorano i coefficienti patrimoniali degli Istituti bancari.

 

La gestione del disavanzo

Il disavanzo per il 2019 risulterebbe inferiore a quello delle previsioni sia

– perché le entrate non tributarie sembrano destinate a superare le previsioni in ragione di importanti dividendi da parte della Banca centrale e nei rendimenti delle partecipate,

-perché le entrate fiscali sono migliorate nei primi 4 mesi dell’anno,

– perché le politiche di welfare stanno dimostrando una minore richiesta di fondi,

-perché la crescita reale potrebbe superare il dato previsto dello 0,2%.

Il disavanzo dovrebbe dunque attestarsi in misura inferiore alle previsioni della Commissione,  nonostante le valutazioni del mese di Aprile, fermo restando che il Governo resta impegnato a ridurre gradualmente quello nominale che nel 2020 scenderà al 2,1% del Pil per arrivare all’1,5% nel 2022.

In generale lo scostamento dai parametri di riferimento non rappresenterà dunque una deviazione significativa tale da dover adottare dei provvedimenti.

Resta confermato l’aumento dell’Iva, nonostante l’incertezza economica dichiarata nel quadro di analisi complessivo, in cui è evidenziato che le imprese stanno limitando i loro piani di investimento, i consumatori rimangono cauti nella spesa e aumenta la propensione al risparmio anche se dovrà essere rispettato l’invito del Parlamento ad evitare gli aumenti delle imposte indirette nel 2020 individuando misure alternative per il miglioramento dei saldi.

Sarà l’avanzo primario del 2019 a limitare gli effetti negativi dell’aumento del debito: le stesse regole del braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita considerano lo sviluppo dell’avanzo primario come fattore rilevante da considerare ai fini dell’inizio della procedura per disavanzo eccessivo.

Viene ribadito come il Governo abbia congelato 2 miliardi di euro di spesa e che a fine luglio riferirà in Parlamento sull’evoluzione del bilancio: se le proiezioni del deficit in quel momento saranno coerenti con l’obiettivo scritto nel Def, i 2 miliardi dovrebbero essere utilizzati per le spese.

Il governo prende formalmente l’impegno di elaborare un complessivo programma di revisione della spesa corrente che dovrà essere ridotta ed essere accompagnata da una revisione delle entrate, ivi comprese quelle non tributarie.

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