CINA (parte seconda)

21 febbraio 2018

IDEOLOGIA
La Cina oscilla tra due volontà: quella di garantire la stabilità sociale e politica e quella di liberalizzare il mercato, entrando, a sua volta, nei mercati liberalizzati.

Da un lato, il partito comunista cinese, forte e presente, controlla tutti i fronti economici, gestendo direttamente le norme e le aziende, dall’altro il mercato è in continua ricerca di innovazioni ed è sempre più globalizzato.

Il Presidente Xi Jinping, al 19mo Congresso del partito tenutosi nell’ottobre 2017, ha dichiarato di voler arrivare ad avere “una società moderatamente prospera entro il 2035” garantendo il successo del socialismo. Probabilmente saranno inserite delle modifiche alla Costituzione, perché questi impegni diventino davvero vincolanti (e lascino per sempre il nome di Xi sulle pagine di storia).

Per raggiungere il secondo obiettivo di voler diventare una grande potenza mondiale, la Cina dovrà affrontare diverse riforme, a partire proprio dall’organizzazione del partito nel quale dilaga la corruzione (nonostante i recenti interventi per ripristinare la legalità), per arrivare a centrare il primo obiettivo di società moderatamente prospera ed affrontare i bisogni dei suoi 55 milioni di poveri.

Il controllo politico autoritario del partito garantisce, a detta degli osservatori, l’attuazione delle riforme necessarie al Paese.

Il dilemma si amplia dunque tra sviluppo impellente e volontà di internazionalizzare – anche per via del debito da affrontare (indebitamento ritenuto insostenibile a lungo termine dai più importanti organismi internazionali) – ed obiettivo di benessere diffuso da raggiungere mentre non si perde il controllo politico.
Liberalizzare tenendo sotto controllo il partito non garantirà comunque che le forze esterne dei mercati possano scatenare, incontrollate, i loro effetti.

I limiti: in Cina molti standard occidentali che permettono l’internazionalizzazione non sono applicati. E’ così per le condizioni di lavoro (spesso inaccettabili) come per i finanziamenti (dati con preferenza alle aziende statali, mentre ad esempio in Unione Europea gli aiuti di Stato sono vietati), ma è così anche per l’inquinamento e le libertà civili. Tali aspetti rendono più difficile l’apertura dei mercati, ed è anche su questi che nel tempo si lavorerà.

In poche parole, la Cina vuole internazionalizzarsi con l’autoritarismo e risolvendo in maniera definitiva alcuni rilevanti problemi che attualmente la pongono dietro alle esigenze ed alle peculiarità di un’economia aperta.

Una sfida enorme, in bilico continuo tra aperture e chiusure.

LE APERTURE CHE PROSEGUONO VERSO L’ESTERNO

La Cina ha iniziato dalle infrastrutture finanziarie ad espandersi in maniera organizzata nel mondo, per superare l’attuale predominio mondiale dell’economia statunitense e del dollaro:

*fondando la Banca dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina) “New Development Bank Brics”, una banca di sviluppo per investimenti,

*fondando la “AIIB Asian Infrastructure Investment Bank”, veicolo finanziario in concorrenza con il Fondo Monetario internazionale, destinato, insieme alla Banca dei Brics, alla realizzazione della “via della seta”, progetto di infrastrutture e commerci con cui la Cina vuole collegarsi all’Europa e all’Africa, via mare e via terra.
E’ la “Belt and Road Initiative” la punta di diamante degli investimenti programmati dalla AIBB: connessioni infrastrutturali (ferrovie, autostrade, porti, snodi logistici), finanziarie e digitali in Asia Centrale, Medio Oriente, Africa Settentrionale, Europa.
Migliaia di chilometri di corridoi di trasporto, sviluppo ed urbanizzazione che rappresentano la più grande iniziativa economica del mondo in questo momento.

In Europa i porti di Grecia, Turchia ed Egitto rappresentano solo il primo passo per l’espansione nei territori, mentre si lavora per collegare la Grecia a Budapest con treni ultraveloci.
L’Italia potrà rappresentare un territorio di investimento cinese nel momento in cui modernizzerà le sue infrastrutture, fondamentali nello sviluppo dei traffici.
Nel frattempo il nostro Paese ha aperto alla Cina le infrastrutture energetiche, facendo partecipare i cinesi in Cassa Depositi e Prestiti Reti (che controlla Terna e Snam Rete gas).
Recentemente i cinesi hanno stipulato un contratto per realizzare un’area di investimento a Milano che sarà l’hub dell’innovazione italiana. A Milano la Cina svilupperà, insieme all’Italia, le tecnologie, il management, il know-how nei più svariati settori.

Passa soprattutto per la tecnologia e la conoscenza (durante, dopo e con la realizzazione della Via della seta), la ramificazione della Cina nel mondo: è nei settori della tecnologia avanzata, nei marchi e tramite la partecipazione nelle multinazionali, che i cinesi stanno penetrando nei mercati occidentali, ivi compresi importanti investimenti nelle università e nel settore della ricerca statunitense.
Cercando di entrare strutturalmente nel tessuto economico, sociale e politico anche degli Stati Uniti.

La Cina mantiene contemporaneamente sotto controllo anche il versante dei suoi mari del Sud, area nella quale transitano oltre 5mila miliardi di dollari di commerci ogni anno, cercando di tenere fuori dall’azione di manovra gli Stati Uniti, con i quali alimenta rapporti nella zona per evitare guerre militari. Osteggia i test nucleari nord coreani partecipando alle sanzioni Onu, pur restando il primo partner commerciale della Corea del Nord.

Una ramificazione. Gigantesca.

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