CINA (parte prima)

19 febbraio 2018
La seconda economia alla quale (quasi) tutto il mondo è legato.

Realtà che rappresenta oltre un terzo del tasso di crescita del Pil mondiale, ha l’obiettivo di diventare una potenza globale completa, raggiungendo gli Stati Uniti entro il 2030.
Quasi 1miliardo e mezzo di abitanti, Pil di 12 trilioni di dollari (12 migliaia di miliardi), crescita annua del Pil tra il 6 ed il 7% (in rallentamento rispetto a 5 anni fa, ma continua), attraversa un periodo di transizione nel suo modello economico, spostandosi da un approccio basato sull’export ad un modello basato sui consumi interni e sui servizi. Un processo per sua natura lento e lungo, che non esclude la fase transitoria ed incerta come quella attuale.

I PROBLEMI

Le aziende private, le aziende di Stato e gli enti locali.

In questa delicata transizione sono diversi i temi che attanagliano l’economia: le aziende non sono trasparenti sui mercati sia per i sistemi produttivi e l’inquinamento che producono, per il sistema di lavoro, nonché per il loro tasso di indebitamento. Frequentissimi sono i finanziamenti ombra, che creano debito non ufficiale e fuori bilancio. Per le aziende private si stanno attivando le conversioni del debito in azioni, il che non esclude che i bilanci bancari vengano ingombrati da azioni di aziende fantasma.
Mancata trasparenza anche per i fondi finanziari.
Le aziende di Stato sono caratterizzate da enormi inefficienze dovute essenzialmente alla loro rigidità operativa e le Provincie della Repubblica popolare cinese sono, insieme alle prime, tra le più indebitate.

Il debito complessivo

I fondamentali della Cina, in special modo l’indebitamento rispetto al Pil prodotto, sono in peggioramento continuo nonostante il tasso di crescita interno e questo crea problemi di possibile instabilità in caso di crisi finanziaria globale.

L’indebitamento complessivo (Stato, controllate pubbliche, imprese private e famiglie) è passato dal 150% del Pil (6.000 miliardi) prima della crisi del 2008, al 240% attuale (29mila miliardi): un aiuto non indifferente all’economia cinese – e mondiale – durante il periodo più critico. Stime illustrano il contributo fondamentale da parte della Cina al sostegno dell’economia mondiale tra il 2008 ed il 2015: la crescita, seppur limitata, non avrebbe avuto luogo se la Cina si fosse fermata. Il debito però ora è presente con tutto il suo fardello. Un debito cresciuto negli ultimi anni soprattutto nelle Provincie, nel credito al consumo delle famiglie, nei prestiti al settore delle costruzioni, nelle imprese statali, e si accompagna ad una mole impressionante di crediti deteriorati. Le riforme per dare maggiore stabilità vanno a rilento: si lavora su innovazione, commercio, investimenti e aperture del settore finanziario.
Il rischio finanziario, in caso di crisi, è valutato come maggiore di quello attraversato durante la crisi degli Stati Uniti nel 2008. D’altro canto, controllare e limitare il credito, potrebbe portare ad una contrazione degli investimenti con il rischio di una recessione. Minore è l’incidenza del solo debito pubblico: circa 5mila miliardi, un terzo del Pil.

LE CONNESSIONI FINANZIARIE GLOBALI

Nell’agosto 2015 c’è stato il primo crollo finanziario del dragone nell’era della globalizzazione. Nel mercato si era aperta una crepa di fiducia sulle future prospettive dell’economia cinese, ed alla “bolla” immobiliare ha fatto seguito la “bolla” azionaria, a seguito della sopravvalutazione delle quotazioni di Borsa.
La Banca centrale è stata costretta ad affrontare la svalutazione lasciando oscillare il cambio: forte della disponibilità di miliardi di riserve estere che man mano venivano immesse nel mercato, sino a quel momento lo yuan era stato sostenuto artificialmente e mantenuto stabile. La discesa della valuta ha perfettamente riflesso il rallentamento della crescita cinese degli ultimi 5 anni e i rischi finanziari complessivi percepiti dai mercati per l’enorme debito del Paese.
Nell’immediatezza della svalutazione, le autorità hanno reso difficile convertire lo yuan in dollari, bloccando altresì le fusioni e le acquisizioni all’estero, cercando di impedire l’esportazione di capitali.

Da fine 2016 è iniziata la caduta degli scambi con l’estero, che ha trovato origine nella paventata (e poi verificatasi) applicazione dei dazi da parte degli Stati Uniti. Già durante la campagna presidenziale, Trump aveva anticipato che avrebbe combattuto l’enorme surplus commerciale cinese verso gli Stati Uniti. Pur limitando gli effetti al settore della siderurgia e dei pannelli solari, onde evitare i contraccolpi alle società americane che vivono di importazioni cinesi (e che quindi danno lavoro, redditi e profitti), gli Stati Uniti hanno infatti iniziato a controllare e governare l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti, che per il 60% è proprio verso la Cina. La guerra commerciale è iniziata dai dazi fino al 30% su acciaio e pannelli solari (imposizione che nel tempo scenderà gradualmente). Questa decisione ha favorito comunque tantissimi Paesi che soffrivano della sovrapproduzione cinese (per l’acciaio come per il rame).
Il surplus commerciale cinese (270 miliardi verso gli Stati Uniti, dei 420 complessivi) fa parte della natura stessa dell’economia cinese: i cinesi non vogliono diventare debitori netti nonostante siano in vigore moltissime misure anti dumping (60 solo da parte dell’Unione Europea).
Pechino è un soggetto importante anche per il mercato petrolifero: ha continuato ad accumulare riserve fornendo un sostegno decisivo alla domanda globale al fine di evitare la caduta dei prezzi.

La moneta. Lo yuan attualmente non è pienamente convertibile, ma viene usato negli scambi commerciali e per effettuare gli investimenti diretti all’estero, nonché per emettere prestiti obbligazionari . Dal 1 ottobre 2016 è entrato nel paniere del Fondo monetario internazionale, insieme a dollaro, sterlina, yen ed euro. Il fatto che la Banca mondiale abbia emesso delle obbligazioni in yuan ha dato indirettamente indicazioni sul fatto che non è più solo il dollaro a “dominare” sulle altre valute. La presenza nel paniere del Fondo Monetario limita peraltro i comportamenti opportunistici per indebolire la valuta (che andrebbero a favore dell’aumento delle esportazioni cinesi). Obiettivo della Cina è far diventare lo yuan una valuta sovranazionale.

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