Un Paese fermo sulla banda larga

10 luglio 2017

Il mancato sviluppo della banda larga con fibra ottica comporta un notevole gap infrastrutturale ed un costo elevatissimo in termini di mancata competitività.
Mentre negli altri Paesi con la Tv via cavo c’è stata la possibilità di far viaggiare la fibra insieme ai cavi per arrivare all’interno delle abitazioni, la stessa possibilità non si è aperta per l’Italia.

Il Ministero per lo sviluppo economico inizia le consultazioni pubbliche a partire dal 2014 per valutare e definire le diverse tipologie di aree su cui far partire la banda larga e decidere se destinare o no i fondi pubblici.
Le aree vengono così suddivise in 3 categorie:
*aree bianche, dette anche a fallimento di mercato, zone che per la scarsa redditività non attraggono investitori privati e sui quali il Governo deve investire con bandi di gara e risorse finanziarie pubbliche per realizzare i lavori di cablaggio,
* aree grigie, di medio/alto interesse per gli operatori,
* aree nere, quelle su cui si concentrano gli insediamenti produttivi ed abitativi, oggetto dell’attenzione e degli investimenti privati.

Nelle aree bianche
– il prezzo viene regolamentato, a differenza di quanto accade nelle altre ove c’è libera concorrenza,
-viene appaltata dallo Stato la realizzazione della rete infrastrutturale,
– viene attuata una distinzione tra chi installa la rete e chi la gestisce, come accade anche in altri settori energetici.

Il Cipe stanzia nel settembre 2015 2,2 miliardi per la realizzazione della prima tranche di infrastrutture nelle aree bianche. Nel mese di febbraio 2016 arrivano alle Regioni i primi fondi per queste zone che interessano circa 7.000 Comuni divisi tra Abruzzo, Calabria, Marche, Lazio, Puglia, Lombardia, Toscana.

Dopo le 3 consultazioni (2014 – 2015 – 2016) il Governo, nel giugno 2016, invia alla Commissione europea il piano italiano degli investimenti: 4 miliardi di fondi statali da erogare entro il 2022 per la realizzazione di una infrastruttura pubblica aperta destinata alle aree bianche, che sarà gestita da privati. L’obiettivo della Commissione europea è di diffondere la banda larga ed ultra larga entro il 2020 alla totalità dei cittadini europei, permettendo una velocità pari o maggiore di 30Mbit al secondo. Per l’Italia si prevede che dei 15 milioni di collegamenti da realizzare, entro il 2020 tutti i cittadini potenzialmente possono avere internet a 30 megabit al secondo, mentre la metà avrebbe avuto 100 megabit.

In Italia vi è nel frattempo una sola società che ha già realizzato un importante investimento in fibra ottica e produce notevoli utili dalla sua gestione: è la Metroweb che ha cablato l’intera città di Milano. Nel dicembre 2014 Telecom offriva a Cassa depositi e prestiti, titolare della Metroweb tramite il Fondo strategico italiano, 500 milioni per rilevarla ed acquisirne il controllo, in modo da far partire per tutta l’Italia il programma di cablaggio in fibra sullo schema e sull’esperienza di Metroweb. Prendere il controllo di Metroweb diventava così la mossa vincente per poter arrivare all’obiettivo finale di controllare l’infrastruttura dati del futuro. L’offerta viene rifiutata e nel maggio 2016 Telecom ne presenta un’altra, di 820 milioni, mettendo a disposizione del Governo anche il controllo di Telecom Italia Sparkle, società che ha la proprietà dei cavi sottomarini per il traffico di dati e comunicazioni, una struttura da sempre ritenuta strategica.
Cassa depositi e Prestiti invece sceglie di vendere Metroweb ad Enel e le cede il 46%. Enel ha già costituito una società ad hoc Enel Open Fiber, a metà con Cassa depositi e prestiti,per rilevare Metroweb e gestire il cablaggio del Paese. CDPP giustifica l’esclusione di Telecom anche per motivi antitrust.

Enel ha la possibilità di stendere il cavo in fibra insieme alla linea elettrica e soprattutto farlo arrivare ai contatori elettrici che dovrebbero essere sostituiti per far avere ai cittadini un modello più aggiornato: con questo passaggio si raggiungerebbe il mercato di destinazione (facendo pagare anche un contributo economico ai cittadini nel momento del cambio contatore).
Il Governo dunque, ad aprile 2016 preferisce restare nel capitale della società che installa la fibra nel Paese e decide di fare concorrenza all’attività privata di Telecom, una tra le prime aziende italiane, che dà lavoro a 53mila occupati (66mila nel mondo). Il vecchio socio di Metroweb, “ F2i “che ha venduto la partecipazione ad Enel, nel frattempo sceglie di non partecipare ai piani di sviluppo di Enel Open Fiber.

A dicembre 2016 Telecom comunica una variazione dei suoi piani di investimento rispetto a quanto comunicato nelle consultazioni pubbliche: vuole realizzare gli investimenti sulle aree bianche così costringendo il Governo ad un ridimensionamento dell’intervento pubblico. Il rischio per il Governo è infatti che gli investimenti pubblici complessivi (pari sino a quel momento a 4 miliardi programmati, di cui 2,2 già stanziati) possano essere identificati come “aiuti di Stato” visto che c’è un privato che decide di investire in quelle stesse aree.

Telecom cambia strategia per affrontare una prospettica e dura concorrenza su scala nazionale, visto che Enel ha rilevato Metroweb: in bilancio Telecom dispone infatti di una struttura fisica di cavi in rame quantificata per 15 miliardi che sono a garanzia dei suoi 27 miliardi di debito. Lasciare spazio ad Enel significherebbe la perdita di valore del suo patrimonio a garanzia dei debiti.

A gennaio 2017 Enel Open Fiber, prevalendo ad una notevole distanza dagli altri concorrenti si aggiudica il primo bando per la realizzazione della banda larga nelle aree bianche classificandosi prima in tutti e 5 i primi lotti di gara per un importo di 1,4 miliardi: oggetto dell’appalto è la realizzazione della rete pubblica nelle aree a fallimento di mercato, che sarà data in concessione per 20 anni.

Telecom crea Cassiopea, una società ad hoc dedita alla posa della rete e comunica ad Infratel l’aggiornamento dei suoi piani di espansione della rete nelle zone Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trento, Marche, Umbria, Lazio, Campania Basilicata e Sicilia, un secondo gruppo di aree bianche che non rientra nel primo bando. Telecom decide così di realizzare direttamente l’infrastruttura nelle aree bianche a fallimento di mercato, senza partecipare più ai bandi pubblici. Telecom oltre agli aiuti di Stato, contesta al Governo il fatto che avrebbe dovuto redistribuire le risorse su altri business a seguito della sua comunicazione di dicembre 2016 di intervenire sulle aree bianche (ad esempio i fondi potevano essere dirottati per la riduzione dei costi dell’energia elettrica).

Il Governo accusa Telecom di aver ritardato per anni gli investimenti per realizzare la fibra ottica e minaccia il danno pubblico che l’azienda provocherebbe.
Telecom replica che sta facendo investimenti senza stanziamento di risorse pubbliche, che alcune aree sono diventate commercialmente appetibili rispetto alle consultazioni degli anni precedenti, e che non sta costruendo una nuova rete ma semplicemente aggiornando quella già esistente.

L’intervento di Telecom, a questo punto, minaccia la tenuta dei conti di Enel Open Fiber che si trova così un concorrente importante e strutturato.
Telecom d’altro canto se non investe rischia di vedere notevolmente ridotto il valore patrimoniale dei suoi cablaggi oggi esistenti con importanti rischi sulle garanzie della sua esposizione debitoria.

Enel Open Fiber dispone di 500milioni per poter arrivare all’autunno 2017 e procedere con i lavori in attesa di ricevere una parte del finanziamento con il Piano Junker e di altri finanziamenti da parte di investitori istituzionali ai quali dovrà dimostrare di essere in grado di cablare prima di Telecom ed avere un piano economico che si mantiene anche se Telecom dovesse investire.

Telecom dichiara che arriverà ai suoi armadietti due anni prima di Enel, e che Enel Open Fiber avrà problemi di ritorno economico semplicemente perché i clienti della zona saranno stati già serviti da Telecom.

Telecom può arrivare agli armadietti per strada ma non alle case, Enel ha il problema di dover sostituire milioni e milioni di contatori.

Telecom decide di far ricorso alla Commissione Europea per la valutazione dell’esistenza degli aiuti di Stato.

L’Antitrust avvia un procedimento nei confronti di Telecom per abuso di posizione dominante e ostacolo alla concorrenza infrastrutturale nelle aree bianche.

Si diffondono voci di dimissione dell’Amministratore delegato di Telecom e il socio di riferimento di Telecom (Vivendi) chiede all’amministratore delegato di ricucire lo strappo con il Governo.

Vivendi ha già una posizione di contenzioso aperta con le autorità, in merito al tentativo di scalata su Mediaset.

L’Italia aspetta, mentre un Governo ha deciso di fare l’imprenditore.

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