La politica monetaria degli Stati Uniti

21 giugno 2017

Dopo la crisi finanziaria del 2007, la Fed, Banca centrale degli Stati Uniti, ha immesso, insieme ad altre banche centrali, una notevole quantità di moneta stampata nel sistema (4.500 miliardi solo per la Fed mentre in tutto il mondo è stata immessa liquidità per 14.600 miliardi): con questa moneta la Fed ha acquistato titoli del Tesoro Americano e titoli con sottostanti mutui ipotecari.

Con l’ operazione, svolta insieme alla riduzione generalizzata dei tassi di interesse nel mercato,
-è affluita liquidità agli Istituti di credito, che hanno ripreso a fare prestiti,
-si è avuto un effetto ricchezza perché la liquidità è stata investita anche nel mercato azionario aumentandone la domanda, e quindi i prezzi e dunque il valore di portafoglio,
– si è avuta una riduzione generalizzata dei tassi sui prestiti perché aumentando la domanda di titoli obbligazionari, ne è aumentato il prezzo e si è ridotto il loro rendimento effettivo.

Dal 2009 al 2014 dei complessivi 4.500 miliardi di dollari immessi dalla Fed: 2500 miliardi sono stati destinati all’acquisto dei titoli del tesoro statunitense “Treasuries”, mentre 2000 miliardi sono andati su titoli obbligazionari garantiti da mutui immobiliari.
Dal 2014 l’espansione del bilancio Fed si è fermata per volontà di rientrare da questo colossale bilancio, ma i titoli tenuti in portafoglio non si sono ridotti perché ogni qualvolta scadevano, gli importi venivano reinvestiti in titoli dello stesso importo nominale.

Da ormai 2 anni gli Stati Uniti pensano di ridurre il bilancio della Fed, perché vi è il rischio che in caso di problemi finanziari di sistema, la Banca centrale americana non avrebbe più il controllo della massa monetaria e quindi le sarebbe impossibilitata ogni manovra anticiclica.

Questa “exit strategy” va condotta con prudenza:
– in primo luogo perché già quando nel 2014 si diede l’annuncio che la politica di acquisto dei titoli e di immissione di liquidità si sarebbe arrestata, vi sono state forti turbolenze nei mercati e dunque diventa importante fare passi graduali ed annunciarli bene al mercato,
– in secondo luogo perché la vendita di titoli potrebbe determinare un abbassamento dei prezzi dei titoli ed un aumento dei rendimenti. L’aumento dei rendimenti oltre che rappresentare un maggior costo per gli investitori, procurerebbe un notevole afflusso di capitali negli Stati Uniti e ciò porterebbe ad un rafforzamento del dollaro, rendendo più sfavorevoli le esportazioni americane.

Il rientro da questa politica monetaria espansiva va dunque sviluppato in due direzioni:
*in un primo tempo la Banca centrale (che aveva inizialmente ridotto i tassi per favorire gli investimenti) torna ad aumentare i tassi di interesse di mercato,
*successivamente non reinveste più il ricavato dei titoli che vanno in scadenza.

Prima osservazione. Se i tassi aumentano, è facile che gli investitori siano scoraggiati dal fare nuovi investimenti e potrebbe essere penalizzata l’occupazione. Attualmente però la disoccupazione negli Stati Uniti rappresenta il 4,8% della forza lavoro (anche se taluni contestano che la disoccupazione reale sia maggiore in quanto vi è una parte della forza lavoro – circa 100 milioni di americani – che non è registrata presso i centri disoccupazione ) che effettivamente è ai minimi dallo scoppio della crisi del 2007 dunque questo primo risvolto potrebbe non aver luogo.

Seconda osservazione. I tassi di interesse possono salire se l’inflazione tende a salire, in modo da poterla contenere se eccessiva. Attualmente però l’inflazione non gira intorno al 2%, che è il riferimento ideale per mantenere la stabilità dei prezzi (ed evitare che venga corroso il potere d’acquisto dei cittadini) ma sembra esserne stabilmente al di sotto dunque la risalita dei tassi “prevede” soltanto che l’inflazione risalga e diventi stabilmente del 2% ma non ne ha la certezza: la Fed in un certo qual modo sta “azzardando” le sue mosse.

Terza osservazione. Si possono alzare i tassi di interesse se lo stato di salute dell’economia è sano e in crescita. Finora però i mercati hanno dato riscontri positivi solo perché hanno scontato le aspettative sulle future politiche fiscali di Trump. Il Presidente ha infatti promesso una riduzione della tassazione su famiglie ed imprese (la cosiddetta Trumpeconomy), maggiore protezionismo e riduzione delle tasse per le imprese che riportano capitali a casa.
Trump attraversa però un momento di enorme difficoltà, nel Congresso e talvolta nel partito. Ciò potrebbe avere come conseguenza che non si riescano a porre in essere tutte le politiche di aiuto fiscale che aveva promesso e su cui l’economia americana si è lanciata ed ha sperato per la crescita.
I tassi di interesse aumenteranno ma gli aiuti fiscali promessi potrebbero non arrivare, con ciò bloccando in parte la ripresa del Paese e le previsioni poste in essere negli ultimi mesi.

Al termine dei rialzi dei tassi di interesse e delle politiche di restrizione del bilancio Fed, le conseguenze ci saranno anche per l’Europa ed in particolare per l’Italia.
In primo luogo perché avrà avuto termine la stessa operazione di espansione monetaria che sta portando avanti la Bce con taglio dei tassi ed acquisto dei titoli dunque i tassi naturalmente saranno destinati a risalire.
In secondo luogo perché i Bund sono sempre in riferimento con i titoli del Tesoro americano: se salgono i rendimenti dei Treasuries, i Bund seguono a ruota. E se salgono i rendimenti dei Bund, devono salire anche i tassi per l’Italia (Paese indebitato e molto rischioso, per di più di fronte a delle elezioni politiche che possono portare forte instabilità). L’unico vantaggio sarà dunque solo temporaneo per l’Europa: il rafforzamento del dollaro potrà favorire le esportazioni europee, ragione per cui molto probabilmente il Fondo Monetario internazionale ha recentemente aumentato la previsione del Pil per l’Italia nel 2017.

Nell’arco di diversi mesi dunque saliranno i tassi in generale, a partire dagli Stati Uniti, ma la ripresa non sarà né garantita né necessariamente raggiunta e durevole: stabilire delle regole procedurali e soprattutto cercare l’accordo tra Banche centrali (e soprattutto con la Presidenza degli Stati Uniti) può essere l’unico modo di procedere senza rischiare.
Se chi rischia è soprattutto un Paese indebitato come l’Italia, sia in termini di tassi di interesse maggiori (che possono bloccare la ripresa degli investimenti), sia in termini di risalita dell’euro a causa del possibile mancato raggiungimento degli obiettivi fiscali da parte di Trump.
Diversamente, come d’abitudine, la forza della Germania che porterebbe ad una rivalutazione dell’euro, sarebbe limitata dai problemi dell’Italia.
Non comunicare con Trump e non coordinare le politiche monetarie, potrebbe rivelarsi un problema solo per il nostro Paese.

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