Quella via stretta

Thomas Mann, nel 1953,  invitò la “Germania europea” ad evitare un’ “Europa germanica”, ma nel 2016 la Germania assume posizioni importanti nei confronti dell’Italia e, forse, le frizioni tra il Presidente del Consiglio e la Cancelliera tedesca si accendono proprio per le dichiarazioni teutoniche.

Il Consiglio Tedesco degli Affari Economici (organo di riferimento del governo per le scelte di politica economica) a fine agosto presenta un documento in cui valuta l’opportunità, per i Paesi con finanze pubbliche compromesse e banche in crisi, di ricorrere all’applicazione del meccanismo ESM (European Stability Mechanism).

Il fondo, approvato nel 2011, è destinato a mantenere la stabilità dell’eurozona nel suo complesso: può concedere prestiti e linee di credito precauzionali, comprare titoli di Stato sul mercato (sia primario che secondario) e ricapitalizzare direttamente le banche in crisi. Tale ultima ipotesi può essere avanzata solo dopo il coinvolgimento di azionisti, creditori e correntisti (escludendo quelli con deposito fino a 100mila euro) nella regola del bail-in e dopo l’intervento del fondo di risoluzione alimentato dalle banche. Di rilievo vi è che con l’intervento sulle banche da parte dell’Esm, non viene variato il debito complessivo del Paese e il Paese medesimo può eventualmente anche partecipare ad una ricapitalizzazione dell’Istituto entro certi parametri.

La contropartita dell’adesione al fondo Esm, comporta precise e restrittive condizioni per le banche, più dettagliatamente personalizzabili a seconda dell’intervento. Oltre all’ovvio divieto di pagare i dividendi, vi è da sottoscrivere un impegnativo piano di ristrutturazione operativa e di management, unitamente all’avvio di azioni di responsabilità obbligatorie.

Complici l’esperienza greca, che a distanza di un anno dal secondo piano di sostegno europeo gode di una maggioranza ridottissima per far passare le necessarie riforme per avere l’ennesima tranche di aiuti programmati nel 2015 su un complessivo intervento di 86 miliardi a saldo di debiti correnti, ed una politica monetaria che in tutto il mondo non riesce a dispiegare concretamente i suoi effetti, compromettendo addirittura la validità delle teorie economiche che ne sono alla base, e nello specifico coinvolge la Bce la cui azione sembra essere a fine corsa, i tedeschi hanno aperto un approccio tecnico per la risoluzione della crisi del Monte Paschi.

Il vantaggio del fondo di salvataggio, a detta dei tedeschi, sarebbe inclusivo del controllo e della gestione del rischio sistemico Paese, evitando altresì la redistribuzione dei rischi a livello di continente.

Non si colloca su diversa posizione il Presidente della Bundesbank, il quale, approvando la manovra di un ipotetico bail-in, converge sulla necessità che il risparmiatore investitore risponda dei rischi che si è assunto con la sottoscrizione dei titoli bancari, aprendo alla sola possibilità che gli Stati possano intervenire con indennizzi nel caso in cui i risparmiatori dimostrino di non essere stati tempestivamente informati nelle loro passate decisioni di investimento.

Peraltro, sostiene vigorosamente lo stesso Presidente Weidmann, è sempre bene distinguere l’intervento pubblico per il salvataggio di istituti sani, ma in crisi finanziaria contingente, da quelli con modelli di business deteriorati e antieconomici.

Certo, Monte Paschi rappresenta la punta di un iceberg derivante dal ritardo con cui gli istituti italiani hanno provveduto a sanare i propri bilanci: un’attesa-nodo che viene al pettine oggi che le condizioni macro non permettono più di attendere e l’Italia si trova in un momento politico cruciale.

La finanza del Paese attraversa un frangente delicato soprattutto perché dei 1000 miliardi di Npl europei, 300  sono di istituti italiani e perché, nonostante le condizioni restrittive indicate dal SSM (meccanismo unico di supervisione) abbiano evidenziato perdite ad un tasso più accelerato e comportato ricapitalizzazioni consistenti, queste ultime, nel caso di Monte Paschi, sono state completamente erose.

La flebile prospettiva di ripresa con cui si confronta oggi l’economia italiana, potrebbe avere la conseguenza di far diventare croniche e definitive sia le perdite che le disfunzioni degli Istituti,  nonché erodere completamente anche le eventuali nuove ricapitalizzazioni.

Differentemente da quello che è accaduto in Germania, ove la ripresa ha consentito ad imprese e famiglie che avevano ricevuto i finanziamenti entrati in crisi di liquidità con le due recessioni del 2008 e 2011, di restituire il dovuto quando l’economia è ripartita, la prospettiva attuale di crescita del Pil italiano, stante il piano di emergenza con la liquidazione dei 27 miliardi di crediti insolventi e la ricapitalizzazione di 5 miliardi, non permetterà all’istituto bancario senese di vedere il risanamento dei propri bilanci in tempi brevi soprattutto in termini di redditività prospettica. Questo discorso è da tener presente anche perché sarà una banca americana, la Jp Morgan, a realizzare il prestito ponte per la cartolarizzazione dei crediti a rischio, e saranno i cittadini a fornire la garanzia per 6 miliardi di controvalore di realizzo sulla cartolarizzazione di 18 miliardi di Npl.

Se le banche hanno rimandato il problema dei crediti deteriorati è stato dunque proprio perché le previsioni di crescita si sono rivelate errate. E l’intervento pseudo –pubblico su Monte Paschi rischia di rivelarsi pregiudizievole e condizionante per le finanze dei cittadini italiani.

Certamente si rende necessario sbloccare l’operatività degli istituti italiani gravati da Npl, soprattutto perché attualmente le condizioni finanziarie non rappresentano un ostacolo agli investimenti e nonostante ciò, questi non ripartono.

I tedeschi in generale vorrebbero azionare per il Monte Paschi la procedura di bail- in prima, e quella dell’Esm poi, perché vedono nel sistema-Italia alcuni rischi.

In primis, che la Bce abbandoni la clausola di “capital key”  nelle sue operazioni di Quantitative easing, che proporziona i titoli acquistati alla partecipazione del capitale alla Bce.  Cancellare la clausola di partecipazione al capitale farebbe allontanare dal mandato di divieto di finanziamento dei debiti sovrani e da una politica monetaria che deve restare unitaria della zona euro. Un debito pubblico italiano che interviene a sostegno di una banca potrebbe ulteriormente compromettere il già pesante quadro finanziario generale del Paese.

L’altro problema è che le banche italiane dispongono di un enorme quantitativo di titoli di Stato e i tedeschi propongono una riforma che cambi la copertura su questi titoli da parte delle banche: attualmente la normativa comunitaria prevede che i titoli del debito pubblico siano considerati privi di rischio, ma i tedeschi spingono perché sia previsto un collaterale nel caso in cui il plafond dei titoli di Stato superi un certo ammontare (o, in alternativa, si riduca il quantitativo titoli in possesso della banca). Il Ministro Padoan, in questo senso, è riuscito a far slittare la valutazione di questa richiesta al 2019.

Nel mezzo di queste valutazioni, si colloca la crisi della Deutsche Bank, che ha riportato perdite per sanzioni e multe negli ultimi 5 anni di 16 miliardi, oltre ad una forte perdita di capitalizzazione borsistica e per la quale si prospetta una transazione con la magistratura americana per transazioni opache sui derivati a seguito della crisi Lehman, pari ad almeno 5 miliardi.

La situazione della Deutsche ha, in qualche modo, indirettamente e seppur temporaneamente, alleggerito quella del Monte Paschi.  Sia la banca tedesca, sia l’italiana, sono state favorite in questi giorni nel poter far fronte ad emergenze di liquidità fornendo come collaterale ai loro finanziamenti presso la Bce anche i titoli che in caso di default dovessero incorrere nelle norme di bail – in e che, a partire dal 1 gennaio 2017, non avrebbero più potuto essere forniti come garanzia. Tale autorizzazione rappresenta, in questo momento, un importante sostegno per entrambi gli istituti.

Su un punto tutti sono d’accordo: la politica non è pronta ad accettare una condivisione di sovranità per ricevere aiuto, ed iniziare  procedure di insolvenza per limitare i rischi accollando ai risparmiatori i costi di un possibile default.

Oggettivamente si tratta di una situazione in cui si è ben lontani dal report fatto stilare negli ultimi giorni di giugno del 2015 da Junker che è stato presentato a Tsipras due giorni dopo il referendum: quella lettura fu uno degli elementi decisivi nel convincere il premier ellenico a trangugiare l’amaro calice di lacrime e sacrifici imposto dall’Europa con il piano di risanamento, ma molto si avvicina ad una forzatura imposta e non valutata nei suoi complessivi costi-benefici.

Mentre si svolgono tutte queste dinamiche, il risparmio degli italiani (da un rapporto Consob sugli investimenti finanziari delle famiglie di questi giorni) resta liquido e tutte le decisioni di politica economica continuano a ruotare sulla necessaria protezione di cui devono godere gli azionisti, gli obbligazionisti ed i correntisti sopra i 100mila euro del Monte Paschi (obbligazionisti che hanno acquistato tagli da investitori istituzionali pur non avendone le caratteristiche e che hanno garantito la raccolta ed un minor impatto sul patrimonio della banca). In verità, probabilmente, il mercato pensa che vi possano essere situazioni politiche di particolare rilievo che potrebbero emergere da una liquidazione forzosa di Monte Paschi.

In questo gioco di interessi tra politica e finanza, vengono trascurati tutti gli obiettivi di politiche sociali, necessari per una ripartenza del sistema economico europeo. Non è un segreto che dietro ai governi ci siano élites finanziarie che controllano e definiscano i limiti di politiche redistributive.

Il game changer positivo potrebbe venire da una politica fiscale che sposti l’attenzione dal salvataggio con esiti da verificare a data da destinarsi (ma che agevola l’elettorato referendario), alla necessità di contrattare manovre economiche concrete di aiuto a quelle che sono le imprese del nostro tessuto produttivo: la piccola e la media dimensione. Non basteranno infatti il Piano Junker e i vari Masterplan firmati in giro per l’Italia a risollevare le sorti del nostro Paese: entrambi andranno ad alimentare utili e bilanci di imprese per lavori di grandi dimensioni, dalle quali, a cascata, poco arriverà alle malmesse imprese che hanno determinato la crisi di credito  del Monte Paschi e che costituiscono l’ossatura del nostro sistema manifatturiero-produttivo.

Anche la scelta referendaria dovrà spingere per rafforzare una democrazia che tuteli gli interessi di tutti, proprio quella democrazia verso cui l’establishment politico italiano attuale mostra una certa insofferenza: evitare di subire la volontà del mercato finanziario (definito il legislatore sovrano occulto) e cedere una parte della sovranità verso il mercato comune, per sanare, definitivamente, le improrogabili situazioni di crisi, salvando solo chi ha inconsapevolmente fatto scelte di investimento errate o per cui la perdita dovesse risultare determinante nella propria consistenza patrimoniale.

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