La stazione di transito, per un arrivo vicino.

La politica monetaria ha, sino ad oggi, regalato liquidità e plusvalenze ad una ristretta fascia di investitori istituzionali: il mondo è stato salvato nell’immediato dalla catastrofe finanziaria ma né l’inflazione né l’occupazione hanno trovato il loro posizionamento ottimale. Le banche centrali non sono riuscite ad accelerare la crescita economica, anzi le politiche monetarie sembrano sempre più disconnesse dal mondo reale.

Dall’autunno 2011 sono state intraprese in Europa politiche monetarie sempre più aggressive in termini di tassi di interesse ma l’eccesso di avversione al rischio ha portato l’intero sistema in una trappola nonostante la riduzione dei tassi: la dimensione degli aggregati monetari si è contratta nel 2014, facendo scattare la manovra non convenzionale europea, che ha tentato di condizionare nella giusta direzione le aspettative degli operatori economici e finanziari.

La principale operazione finanziaria sembra essere arrivata quasi a fine corsa: tecnicamente deve riparametrarsi perché i titoli acquistabili sono diventati scarsi e uno dei fattori di opzione dovrà essere revisionato (a scelta tra la durata, l’acquisto in proporzione della partecipazione al capitale della Bce, il rendimento di riferimento minimo). L’agenzia Bloomberg il 4 ottobre scorso ha parlato di un consenso informale tra i banchieri centrali per portare a riduzione graduale il Qe, sul modello del tapering americano tra il 2013 ed il 2014. Al di là dell’estemporaneità della notizia, nel breve smentita dalla Bce, oggettivamente Draghi si era impegnato a non dismettere i titoli sino a scadenza, e visto che la durata media si aggira intorno ai 7 anni, prima del 2020 non dovrebbe aver inizio nessuna contrazione.

Certo, l’inflazione (targetizzata al 2%) non è risalita e si è in sostanza in una deflazione di fatto (inferiore all’1,5%) dal 2013, Per l’Italia le attuali prospettive parlano di una inflazione che oscilla tra il +0,2 ed il +0,4% e non sembra avere segni di pressione al rialzo consistenti: lo sforzo della Banca centrale, con i suoi oltre 1000 miliardi di liquidità iniettata nel sistema, si sta dimostrando sproporzionato rispetto al risultato ottenuto.

Per contro, gli istituti bancari, a fronte di una sequenziale riduzione dei tassi, si sono dimostrati sostanzialmente riluttanti ad investire e concedere prestiti, valutando distaccatamente le potenzialità dell’economia e diventando così concausa e soggetto dell’aumento delle sofferenze bancarie: le sofferenze, insieme ai bassi tassi, hanno a loro volta minato la redditività degli istituti e i titoli bancari sono in una vistosa fase di difficoltà che ha, come prima conseguenza, ulteriori restrizioni nella concessione dei crediti. Sul lato della domanda i tassi bassi hanno contribuito anche a tenere artificialmente in vita molte imprese decotte, abbassando la produttività generale.

Anche i fondi pensione risentono fortemente delle conseguenze sui tassi: avendo assunto l’onere di erogare rendite a scadenze predeterminate, e trovandosi con un ridotto rapporto di copertura tra patrimonio e prestazioni, si vedono oggi costretti a ridurre le prestazioni promesse.

Il generale quadro macroeconomico non si presenta tra i migliori: la svalutazione del tasso di cambio indotta dalle aspettative, ha fatto sì che le economie contassero sui deficit delle partite correnti altrui, anche quali compratori di ultima istanza, ma la generale stagnazione che sta colpendo il commercio mondiale sta esautorando i positivi effetti attesi sulle bilance commerciali.

L’Europa, differentemente dagli Stati Uniti, ha atteso molto prima di intervenire, e l’Italia ha speso male questa opportunità.

In Europa i Paesi si sono diversamente avvicinati alla deflazione, e questo ha fatto sì che la Bce temporeggiasse sul momento più indicato per intervenire.

Stante ciò, anche negli Stati Uniti i risultati delle politiche monetarie si sono rivelati incerti e le stesse regole basilari dell’economia ne sono risultate stravolte: il calo della disoccupazione non è stato contemporaneo all’aumento dei salari, sia per l’esistenza di contratti non a tempo pieno, sia perché la produttività sembra aver raggiunto un suo limite fisiologico, sia per via della globalizzazione che tutto redistribuisce, o forse per una occupazione ancora di bassa qualità. Questi messaggi, ancora difficili da decifrare,  hanno stravolto l’operatività delle banche centrali che non riescono più a dettare regole e guidare i mercati, sono piuttosto le banche centrali ad inseguirli.

Lo stesso discorso è estensibile, con parametri diversi, al quadro d’insieme delle economie mondiali, che dal 2008 hanno immesso nei mercati circa 12 trilioni di dollari in termini di interventi monetari, abbassando centinaia di volte i tassi di interesse, senza avere risultati tangibili sostanziosi, tanto che lo stesso Fondo Monetario riduce continuamente le sue previsioni di crescita per l’economia.

Insomma, i modelli sinora adottati di politica monetaria hanno fornito una lezione semplice: non sono stati sufficienti ad interrompere la spirale deflazione-scarsa crescita, e non hanno saputo contenere adeguatamente le scosse dei mercati che di volta in volta si sono chiamate Cina, petrolio, banche, Brexit.

I rischi derivanti dalla difficile transizione in Cina, una possibile ulteriore caduta dei prezzi delle materie prime, o istantanei aumenti delle barriere ai commerci, così come l’incidenza delle tensioni geopolitiche, potrebbero dare un colpo importante alla già flebile ripresa.

Il settore finanziario perde pezzi giorno dopo giorno.

Se in Italia il supporto alla crescita fosse passato, per il tramite delle politiche monetarie, a sostegni fiscali non destinati a fini elettorali e di mantenimento del consenso (tra i tanti, gli 80 euro, l’eliminazione indifferenziata della Tasi prima casa) e si fosse destinato il risparmio (per l’Italia complessivamente pari al 25% del Pil) delle operazioni monetarie ad investimenti o comunque ad operazioni a medio e lungo termine, che facessero da moltiplicatore e propulsore alla crescita, il risparmio indotto avrebbe chiaramente dispiegato i suoi effetti su aumento del prodotto e sull’equità. Dirottando le risorse alla riduzione delle disuguaglianze sociali, alla riduzione degli squilibri strutturali del Paese, al miglioramento delle infrastrutture e dei sistemi sanitari, i risultati complessivi per l’Italia sarebbero stati diversi. Non è stata aperta una visione sul futuro.

Anche la scelta politica di non ridurre l’incidenza del debito, ha prodotto come conseguenza che non uno dei 1000 miliardi di euro stampati da Draghi sia andato a finire nelle tasche o nei conti di famiglie ed imprese italiane in termini di redditività: il lavoro non è stato creato e monta, giorno dopo giorno, la delusione dei cittadini che mettono in discussione (come del resto in ogni parte del continente), l’esistenza stessa dell’Unione.

Il rallentamento della situazione economica mondiale e gli scarsi effetti della politica monetaria non hanno minimamente spaventato il Governo, che ha inserito un corposo deficit all’interno della sua nuova manovra: l’Italia, con le premesse sin qui considerate, non ha nessuna certezza che si riduca il rapporto debito/ Pil e il debito complessivo si riporti su traiettorie sostenibili.

Né l’adeguamento numerico del Quantitative easing sarà sufficiente ad evitare un destino segnato: le politiche monetarie non solo non possono durare all’infinito, ma creano effetti solo con le aspettative. Da un certo momento in poi gli effetti collaterali possono superare i benefici.

Il dover spostare al 2019 l’accordo su una forma di assicurazione contro la disoccupazione in Europa, indotta dalle continue richieste di sforamento e dalla mancanza di attuazione di politiche fiscali portanti benefici a medio e lungo termine, è stata solo la conseguenza di un atteggiamento sbilanciato.

Sullo sfondo si agita lo spettro di una realtà statunitense interlocutoria per via delle prossime presidenziali: Trump si è dichiarato futuro presidente degli Stati Uniti e non Presidente del mondo. Un ottica internalista che mette a rischio sia la gestione dei nostri titoli del debito pubblico, sia generali politiche di sostegno. L’enorme debito della prima potenza mondiale impedisce teoricamente ulteriori espansioni verso l’esterno e la possibile prospettiva repubblicana di decise politiche fiscali a supporto della forza lavoro, potrebbero stabilizzare l’inflazione (per mezzo dei salari). Ciò provocherebbe un apprezzamento del dollaro, con subitanei benefici verso l’Italia e l’Europa in genere, con la conseguenza di vedere, prima o poi, il rialzo dei tassi anche in Europa.

Non è fantasia: Trump al Congresso conterebbe su minori resistenze rispetto alla Clinton.

Da qui, le prospettive di rinascita di lungo termine per le imprese italiane, finirebbero in pochi mesi.

 

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