Monte Paschi, il problema di sempre

Man mano che si avvicina la data del referendum, salgono le tensioni sul titolo Monte Paschi e scendono le sue quotazioni.

Passato da due giorni al di sotto della soglia di 0,20 centesimi per azione, ha raggiunto il suo minimo storico, portando la capitalizzazione di Borsa al di sotto dei 580 milioni di euro.

Anche se il Presidente del Consiglio indica in “un eccesso inaccettabile e sbagliato dell’ingerenza politica sulle banche”, è  stato il Mef a chiedere al precedente amministratore delegato di Monte Paschi, Fabrizio Viola, di farsi da parte per lasciare spazio a Marco Morelli. Il Tesoro non è soltanto il socio più illustre, ma è anche il primo socio della banca (suo è il 4% del capitale) e in buona sostanza ha dato voce alle richieste degli investitori esteri di cambiare il futuro quadro industriale dell’Istituto. Approvata informalmente la scelta anche da parte della Bce e degli investitori istituzionali (il nuovo Ad conta esperienza presso le banche d’affari coinvolte nel riassetto come Jp Morgan e Bofa Merril Lynch), a lui toccherà seguire lo smaltimento dei Non performing loans, del piano di ricapitalizzazione e dell’implementazione di un ottimale piano industriale che incentri la sua azione evitando di finanziare Pmi sovraindebitate, garantendo la trasparenza nei comportamenti dell’Istituto, e sviluppando una rete di manager di ricambio al vertice. Il Monte Paschi dovrà concentrarsi sullo sviluppo della clientela retail e sulle piccole e medie imprese (esperienza acquisita da Morelli, già al vertice della Banca dei territori di Intesa San Paolo, il più grande gruppo di retail banking in Italia). Le famigerate scommesse sui derivati costituiscono ormai acqua passata, anche se hanno rappresentato uno dei nodi cruciali più importanti nei risultati negativi del Monte Paschi degli ultimi 10 anni, che dal 2008 al 2015 ha avuto iniezioni di capitale  per complessivi 15 miliardi, con la sistematica promessa che ogni volta sarebbe stata l’ultima.

Dunque i passaggi operativi saranno due.

Per lo smaltimento dei crediti deteriorati il CdA lo scorso 29 luglio ha deliberato di cartolarizzare 28 miliardi di sofferenze lorde al prezzo di 9 miliardi netti: questo permetterà di adempiere alla richiesta della Bce di ridurre entro il 2018 le sofferenze complessive. Questi crediti saranno ceduti ad un veicolo e cartolarizzati (cioè trasformati in bond)  ripartiti in 3 diverse tranches. La tranche più grande, quella con maggiori possibilità di recupero, del valore di 6 miliardi, sarà assistita da garanzia statale Gacs (ben vengano le sopra ricordate parole del Presidente del consiglio): della gestione di queste cartolarizzazioni si occuperà la Consap, società a capitale interamente pubblico. La parte mediana, per 1,6 miliardi, sarà sottoscritta dal Fondo Atlante al quale hanno aderito la Sga (controllata dal Ministero dell’Economia) per 450 milioni di euro, Cassa depositi e Prestiti (controllata all’80% dal Tesoro) per 500  milioni, Poste italiane (controllata per il 20% dal Ministero dell’economia) per 200 milioni (ben tornino allora le parole del Presidente del Consiglio). La parte junior, quella più rischiosa, dell’ammontare di 1,4 miliardi, sarà assegnata come premio (!) agli attuali azionisti.

Il Fondo Atlante II potrebbe sottoscrivere più di 1,6 miliardi della cartolarizzazione, ma dipenderà molto dalle sottoscrizioni che a sua volta riuscirà ulteriormente a raccogliere. Il primo miliardo è arrivato da quanto residuava dal fondo Atlante 2 (che invece fu destinato a salvare le banche venete in situazione di pre-dissenso, per evitare il crac e le conseguenze delle 4 banche di fine 2015). Le aspettative di rendimento del fondo Atlante II risultano del 6% ma molti investitori istituzionali si attendono di più, ragione per cui non sottoscrivono. Altri investitori, come le casse previdenziali, non ritengono opportuno investire i risparmi dei loro aderenti in tale asset rischioso e poco meritevole di fiducia visti i trascorsi dell’Istituto.

La garanzia statale sulla tranche senior si inquadra in un più ampio perimetro che vede l’Italia autorizzata dalla Commissione europea ad emettere garanzie a favore della banche per 150 miliardi entro 6 mesi dal 1 luglio 2016, quando queste si trovino in crisi di liquidità.

Per poter  cartolarizzare l’intero pacchetto, sarà necessario un prestito ponte di un anno, alimentato da Jp Morgan, per dar modo di organizzare soprattutto la tranche senior con lo schema approvato dal Governo.

Quando Jp Morgan guarda alla riforma costituzionale dicendo che “i capitali in caso di vittoria del No non arriveranno in Italia”, non si riferisce tanto agli investimenti di sviluppo, quanto ai fondi necessari per il salvataggio di Montepaschi, sia per l’acquisto dei crediti cartolarizzati sia per la prossima ricapitalizzazione, oltre che per il prestito ponte.

Oltre allo smaltimento dei crediti non performanti, sarà necessario infatti un aumento di capitale di almeno 5 miliardi. Il consorzio di sottoscrizione è capitanato da Jp Morgan. La liquidità pura si aggirerà intorno ai 2 miliardi. Ulteriori 2,5 miliardi saranno recuperati convertendo le obbligazioni subordinate in azioni, mentre per 500 milioni si sta cercando un “anchor investor”. La conversione delle obbligazioni subordinate sarà diretta agli investitori istituzionali anche se numerose segnalazioni indicano che i bond sono stati collocati sì con taglio istituzionale ma presso la clientela consumatori. Ecco il cuore del problema italiano per Monte Paschi e per il Governo.

A coronamento dell’operazione sarà necessario che oltre al piano industriale, Monte Paschi riesca  nel futuro, a gestire preventivamente i suoi residui Npl per scadenze temporali, per portafogli (retail consumer, business) in modo da poter smaltire agevolmente eventuali future situazioni di criticità (attualmente sono 47 miliardi i crediti dubbi di cui i 27 sono i peggiori). Chissà che non sia questo il vero problema per Jp Morgan di non fare un “salto nel buio”.

C’è da augurarsi poi che nello smaltimento dei crediti deteriorati, la Bce non ricalcoli le serie storiche tenendo conto dei nuovi bassi prezzi di cessione: se le serie storiche venissero corrette, invalidando i modelli di rating interni sul credito erogato, si verificherebbe un ulteriore deficit di capitale che dovrebbe altresì essere sanato.

Ci stiamo insomma facendo finanziare la banca dagli americani, dando le garanzie come cittadini, prestando una parte della liquidità dello Stato, senza essere titolari dell’Istituto, senza avere controgaranzie che la banca diventi pubblica, senza avere certezza che vi sia buon esito. Il tutto per non entrare nel meccanismo di salvataggio europeo e perdere un po’ di sovranità nella gestione dei conti. E anche aprire i libri della gestione della più antica banca del mondo.

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