Due mondi lontani

Le discussioni, le aperture, i calcoli di questi giorni intorno alla legge di bilancio, sono innegabilmente legate al referendum che si terrà in Italia in autunno. A sua volta il referendum è strettamente connesso alle politiche attuate in seno all’Unione Europea (che chiedono velocità operative e politici su cui contare per rispettare le regole). Le politiche europee sono intrinsecamente collegate agli interessi degli Stati Uniti per via dei problemi migratori e della sicurezza, difesa estera in generale e finanziamento del debito degli Stati membri. L’interlocutore più affidabile per gli Stati Uniti,in Europa, è la Germania.

Tutte queste interconnessioni hanno giustificato l’intervento, sin dal 2013, della banca d’affari  americana Jp Morgan che dichiarò, riferendosi ad alcune Costituzioni europee “Constitutions tend to show a strong socialist influence” (le Costituzioni mostrano una forte influenza socialista) e ancora, parlando di alcuni Paesi europei “Political systems with weak executives” (Sistemi politici con esecutivi deboli). Una banca straniera che interviene nell’essenza stessa dei Paesi sovrani: la forma di governo.

Come noto, il nostro debito pubblico è ormai da circa 30 anni il tallone d’achille del Paese. E da anni la nostra politica economica non è più una politica economica destinata ai cittadini ma prevalentemente orientata ai dettami del mondo finanziario.

Gli andamenti dell’economia reale (quella, per intendersi, dettata dalla produzione di beni e servizi) hanno sempre visto concatenata la vita istituzionale con le grandi aziende: oggi però il mondo che governa (in senso letterale) la vita, e in alcuni casi la sopravvivenza, di milioni di persone, è la finanza. Si tratta di un mondo che fa calcoli soltanto per sé stesso, per il proprio tornaconto, ed al quale non interessano i popoli ed i loro bisogni. Questo i cittadini possono riservarsi di accettarlo o meno.

Per capire quale rilievo abbia avuto il pronunciamento della Jp Morgan bisogna pensare che questa banca è dentro il raggruppamento degli “specialisti di titoli di Stato”: élite bancaria indicata dal Ministero del Tesoro  italiano quale soggetto obbligato  alla sottoscrizione nelle aste dei titoli pubblici.

Non bastasse, il messaggio della Jp Morgan è stato reiterato, a distanza di 3 mesi, dal colosso della stampa finanziaria statunitense: il  Wall street journal definì infatti le Costituzioni europee “un vero ostacolo per risolvere la crisi dell’Eurozona”.

La storia della nostra forte dipendenza finanziaria dai segnali che arrivano dall’esterno non era partita soltanto nel 2013. Già a luglio 2011 l’allora Presidente del Consiglio italiano ricevette una lettera dall’Unione europea (inizialmente maldestramente celata), contenente  una serie di indicazioni relative a quanto bisognasse fare per rimettere di nuovo sulla barra dritta la nostra economia in modo che i titoli del debito pubblico potessero trovare ancora accessibilità presso i sottoscrittori. Fu con quella scusa che Germania e Francia si privarono dei titoli italiani, facendo salire i tassi alle stelle e lo spread entrò nella quotidianità del Paese come qualcosa di ineluttabile da tenere sotto controllo.

I segnali finanziari si sono inaspriti recentemente, con la crisi delle 4 banche del mese di dicembre 2015 e con la storia (infinita) del Monte Paschi: banca evidentemente non dotata di un piano industriale adeguato visto che ha assorbito aumenti di capitale in 2 anni per 8 miliardi. Monte Paschi ha in dotazione inoltre quasi 30 miliardi di crediti in sofferenza e per la metà le è stata imposta l’eliminazione da parte della Bce entro il 2018.

Già nel 2011, momento di svolta dell’attenzione pubblica per l’aspetto finanziario, vi erano istituti di credito italiani che consolidavano una massa importante di crediti in sofferenza. L’allora governo Monti, a  detta del suo ministro Terzi, intervenne nella correzione di lungo periodo dei conti pubblici (poi, peraltro, nel tempo revisionata da sentenze di Consulta e provvedimenti vari dei governi successivi) ma non intervenne sulle banche perché sovrastimò le possibilità di crescita del Paese preferendo non esporre ulteriormente la  posizione finanziaria dell’Italia: il problema dei crediti deteriorati si sarebbe risolto da solo con la ripresa.

Tutto l’establishment finanziario europeo (ed internazionale) ha fatto sentire la sua influenza sulle problematiche di approvvigionamento finanziario a sostegno del debito pubblico e per la soluzione dei non performing loans in specialmodo per Mps.

In merito alle banche, differentemente da quanto accaduto per la Germania (ed altri Paesi europei), all’Italia non viene concesso aiuto extra a livello europeo per risanarle, offrendo come alternativa il Fondo di salvataggio che costringerebbe a notevoli rigidità le manovre economiche del Paese ed in buona sostanza una sorta di commissariamento. Questo segnale è arrivato proprio dalla Germania (a mezzo del suo Presidente Bundesbank), a cui fu concesso di ridurre in maniera consistente il suo debito subito dopo la seconda guerra mondiale, a scapito degli altri Paesi.  Quella stessa Germania che sottrae al controllo da parte della Bce la gran parte dei suoi istituti di credito locale (Landesbank) che sono motore trainante dell’economia regionale della Germania e sulle quali c’è assoluta opacità in merito a gestione economica e situazione finanziaria. Quella stessa Germania dove risiede l’unico colosso bancario europeo che non ha superato i test qualitativi di sicurezza da parte della banca centrale americana per il 2016.

In merito al debito pubblico, è noto che Draghi nel suo board operativo, ha dovuto lottare, e non poco, per poter iniziare l’operazione del Quantitative easing che ha consentito l’abbassamento dei rendimenti dei titoli di Stato e dei costi per interesse dei bilanci pubblici, così peraltro ritardando e compromettendo definitivamente un auspicato cambio di rotta verso un futuro di benessere per l’intero continente europeo.

Cosa accade allora per rimettere a posto le cose? Che si pensa di riformare la Costituzione, cambiando sostanzialmente la forma di governo del Paese, accentrando i poteri in mano all’esecutivo che può prendere velocemente le decisioni necessarie per far sottostare i cittadini alle regole dettate dal mondo finanziario detentore dei titoli del suo debito pubblico ed in grado di salvaguardare le istituzioni bancarie e finanziarie sulle quali gravano pesanti problemi (e pesanti responsabilità).

Accade dunque che i ragionamenti della legge di stabilità vengono fatti in funzione di quanto potrà rendere la manovra in termini di consenso elettorale per far passare il referendum.

Questo problema nasce perché è pressoché impossibile barcamenarsi miracolosamente tra la necessità di restare al governo, tacitare le richieste della popolazione e risolvere i problemi finanziari dell’Italia. Questo gioco è permesso solo da un calcolo numerico. I risparmi degli italiani sono 3900 miliardi, il debito pubblico è di 2249 miliardi, le sofferenze bancarie sono a 200 miliardi: il tempo per muoversi è costituito da 1451 miliardi. Ai quali vanno detratti gli oneri chiusi dentro i derivati di Stato, che però sono secretati.

La verità è che si possono fare compromessi con i cittadini a favore di altri cittadini globalmente intesi, ma quando il Paese capisce che il compromesso è destinato a portare benefici altrove, necessariamente si ribella.

La cosa migliore sarebbe stata essere fedeli con il popolo italiano, capire le sue sofferenze e i suoi bisogni e passare all’azione per risolvere in maniera decisa e definitiva i problemi, senza l’intermediazione della comunicazione, ma nella trasparenza di chi ha un ruolo di enorme responsabilità e coscienza nei confronti di milioni di persone.

A quel punto, migliorare l’assetto istituzionale del Paese, in un parametro di rapporti basati su onestà, comprensione e collaborazione, nel rispetto della garanzia di un sistema democratico, sarebbe stato un atto dovuto da parte dei cittadini.

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