L’unione bancaria: il tassello che manca (alla Germania) e le condizioni capestro che si prospettano per l’Italia

Dopo anni di insistenza da parte del Presidente Draghi, la Germania apre alla possibilità di realizzare una vera unione bancaria e lo fa dettando regole che potrebbero gravemente danneggiare il nostro Paese.

Per completare l’Unione bancaria sono necessari 3 passaggi:

il meccanismo di vigilanza unico, già esistente, per mezzo del quale la Banca centrale europea vigila sulle banche sistemiche (SINGLE SUPERVISORY MECHANISM),

il meccanismo di risoluzione unico, già esistente, grazie al quale vengono gestite le crisi delle banche sistemiche a livello centrale (SINGLE RESOLUTION MECHANISM) e

l’assicurazione europea dei depositi bancari con cui a livello centrale dell’Unione europea verrebbero fornite liquidità e copertura delle perdite derivanti dai dissesti bancari (EUROPEAN DEPOSIT INSURANCE SYSTEM).

L’ultimo passaggio è sempre stato ostacolato dalla Germania, nel timore di dover coprire i possibili buchi finanziari degli Istituti di altri Paesi, soprattutto quelli

-fortemente legati al debito pubblico del proprio Stato,

-fortemente interconnessi ad un sistema economico che arranca da decenni e

-pieni di crediti inesigibili derivanti dalla crisi finanziaria.

E’ stata infatti proprio l’Italia con le sue condizioni finanziarie ed economiche, il tallone d’Achille al completamento dell’Unione bancaria e la Germania non ha mai negato la presenza di questi elementi ostativi, mitigando la propria posizione soltanto grazie alla moderazione del Presidente Draghi.

Terminato il mandato di Draghi, è stato il Ministro delle finanze Scholz nell’ultima settimana, in una lettera al Financial Times e in un position paper inviato a Der Spiegel ad annunciare l’apertura della Germania all’Unione bancaria, non escludendo l’applicazione di rilevanti richieste.

Tra queste, alcune vanno nella logica del buon senso:

una legislazione armonizzata in tema di insolvenza e trattamenti fiscali (dalla deducibilità dei contributi al Fondo di risoluzione, al trattamento fiscale degli utili, ecc.)  tra tutti i diversi Paesi, onde permettere l’indifferenza nello stabilire la sede centrale in un luogo piuttosto che in un altro evitando arbitraggi o preferenze,

l’eliminazione dei crediti deteriorati dai bilanci bancari: le banche potranno detenerli per una percentuale non superiore al 5% degli impieghi dell’attivo,

un sistema di vigilanza uguale per tutti i Paesi (attualmente solo le banche di carattere sistemico sono sotto il controllo della Bce mentre gli Istituti di minore dimensione sono sotto la vigilanza delle singole Banche centrali dei Paesi di appartenenza).

Una condizione posta da Scholtz penalizzerà fortemente gli Istituti bancari del nostro Paese:

viene richiesta una valutazione di rischio ai titoli del debito pubblico detenuti nel patrimonio di ogni Banca, in modo da limitare l’esposizione ed il collegamento tra la Banca e il Paese. In tal modo la Banca avrà solo due alternative: dovrà dismettere i titoli fino a rientrare nei parametri (con conseguenze rilevanti sullo spread dei titoli medesimi), o dovrà aumentare la dotazione di capitale, effettuando altre importanti ricapitalizzazioni in coda a quelle a cui sono stati costretti molti Istituti negli ultimi anni dai nuovi parametri di solidità richiesti dalla Banca centrale europea.

Se è vero che la crisi finanziaria degli anni 2010-2011 ha mostrato la vulnerabilità bancaria nella gestione delle crisi a livello Paese, bisogna tener conto che oggi gli Istituti sono gravati da bassa redditività (dovuta alla politica monetaria espansiva della Presidenza Draghi che ha tentato di evitare recessione, salvare l’euro e riportare l’inflazione a livelli accettabili) e devono affrontare uno sviluppo tecnologico che impone loro importanti oneri economici.

Quindi la parametrizzazione dei titoli detenibili dovrà essere molto graduale ed inserirsi in maniera quasi normale nel sistema.

Il Ministro tedesco si spinge anche ad indicare i passaggi da seguire in caso di una crisi bancaria:

-prima copertura dal Fondo interbancario del Paese,

-successiva copertura a mezzo di quello che sarà il nuovo sistema di assicurazione europeo,

-ultima copertura a livello bilancio Paese.

Se è vero che un efficace sistema di garanzia dei depositi è necessario per la stabilità dell’eurozona al fine di limitare i possibili danni delle interconnessioni e migliorare il clima di fiducia tra banche, risparmiatori ed investitori,

se è vero che all’interno dell’Unione europea manca una concorrenzialità nelle condizioni di sistema,

preoccupano due cose:

-la tempistica a cui l’intero iter è sottoposto, visto che l’Ecofin discuterà i progressi sul tema nella riunione del 5 dicembre prossimo mentre il Consiglio Europeo delibererà in merito tra il 12 ed il 13 dicembre,

– il fatto che la Germania non abbia fatto alcuna menzione sui titoli illiquidi detenuti in seno alle sue banche né che provvedimenti intenda adottare in merito.

La politica italiana sinora nulla ha eccepito in merito a questi ultimi due punti.

E’ automatico pensare che l’accelerazione tedesca senza una sostanziale e sostanziosa replica italiana (la Merkel si è espressa l’11 novembre “l’Unione bancaria deve essere portata avanti per garantire la stabilità dell’euro”) sia dovuta ad un aumento delle criticità dei suoi principali Istituti, accentuatesi con il rallentamento economico avviatosi mesi fa con il rischio evidente di una recessione alle porte dell’Unione Europea.

La Germania, come sempre, fa ottimamente i suoi interessi, di fronte ad una politica italiana troppo spesso incapace di comprendere, e più ancora di intervenire, intelligentemente, nei passaggi della storia.

 

Articolo FT su Twitter.JPG

L’articolo apparso sul Financial Times

 

Position paper 1.JPG

Position paper 2.JPG

Position paper 3.JPG

Position paper 4.JPG

Paper inoltrato alla rivista Der Spiegel

 

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