Passi condivisi e accordo sulle nomine per evitare la procedura d’infrazione

Focalizzandosi su debito e deficit, come era giusto che fosse dopo decenni in cui il debito ha continuato a crescere senza mai iniziare una traiettoria discendente, mettendo a rischio le finanze e la stabilità dell’euro area,  l’Italia è uscita malconcia dalla valutazione della Commissione europea, che ha formalmente dato il via libera all’inizio di una procedura di infrazione. Non è bastata la giustificazione dovuta al peggioramento del ciclo economico congiunturale addotta dal Ministero. Il nostro Paese non ha superato neanche il vaglio tecnico del Comitato economico e finanziario (il raggruppamento dei Direttori generali dei ministeri del Tesoro dell’euro area). Ora ci attende il vaglio dell’Ecofin, il vertice dei Ministri delle finanze dell’Unione europea.

Dallo scorso 6 giugno l’Italia mantiene aperti i suoi canali di trattativa per evitare l’avanzamento della procedura che, per la prima volta nella storia (Bruxelles è intervenuta soltanto con raccomandazioni per evitare deficit eccessivi) sottoporrebbe le finanze e le decisioni economiche ad ispezioni periodiche e verifiche continue per avere la conferma che le azioni richieste ai sensi delle regole europee siano effettivamente messe in pratica.

La procedura con controlli e condizionamenti comporrebbe costi miliardari in termini di spread, perdita di credibilità e sfiducia da parte dei mercati.

La Commissione potrebbe, in via cautelativa, richiedere un deposito infruttifero pari allo 0,2% del Prodotto interno lordo del Paese (intorno a 3,6 miliardi) che si trasformerebbe in multa definitiva in caso di mancata correzione successiva nei conti.

L’Unione europea chiede all’Italia fatti per poter revisionare il suo giudizio, rinviare la procedura oppure sospenderla momentaneamente: cifre e misure con cui l’Italia dimostri che non è necessario attivare tutto il complesso procedimento. La differenza nei dati tra Italia e Commissione europea oscilla tra 10 e 12 miliardi: il Governo potrebbe impegnarsi a tagliare alcune spese tra le correnti, che andrebbero a sommarsi ai 2 miliardi già accantonati e non spesi per il 2019. Si aggiungerebbero i risparmi derivanti da Quota 100 e reddito di cittadinanza (risparmi significativi rispetto alla spesa inizialmente prevista) e l’accertamento di maggiori entrate tributarie e non. A questi dati, che dovranno essere di natura strutturale (definitivi e non occasionali)  il Governo dovrà accompagnare azioni riformatrici profonde del nostro sistema: non basterà infatti dire, come fatto nell’ultima lettera di chiarimenti del Mef, che il risultato sta correggendo in maniera positiva le previsioni, anche perché la Commissione farà questa valutazione soltanto a posteriori e non in corso di anno.

La Commissione aveva richiesto la riduzione del deficit strutturale: non solo il deficit strutturale non si è ridotto ma vi è il serio rischio che si riduca l’avanzo primario, esponendoci al rischio che i conti pubblici deraglino pericolosamente.

La critica situazione finanziaria si interseca con le nomine dei punti chiave della prossima Commissione europea e della Banca centrale europea:  sarà solo un accordo politico la chiave di volta della trattativa, che potrebbe prolungarsi ancora fino ai primi del mese di agosto, cioè entro i 4 mesi dalla diffusione dei dati Eurostat con cui sono stati rilevati deficit e debito italiano che hanno evidenziato le ormai gravi criticità per il nostro Paese.

L’Italia resta, dopo la grave crisi del 2008, con una bassissima produttività, con una disoccupazione elevata e lontana dal tasso di disoccupazione pre-crisi, con una ripresa lenta rispetto alle altre economie della zona euro. Le uniche ragioni di queste anomalie sono l’elevatezza del debito pubblico (che drena risorse che potrebbero essere destinate fruttuosamente al Paese)  e la scarsa incisività delle riforme attuate dai vari Governi, in particolare di quello attuale che è andato peraltro ad intaccare il sistema previdenziale recentemente revisionato al fine di garantire i conti in ordine a vantaggio delle prossime generazioni.

Negli anni vi sono stati ampi margini di trattativa tra l’Unione europea e i vari Governi, anche se ogni anno è stata perseguita la perversa via di aumentare il debito: ora pesano anche i conti del passato e, al massimo, temporeggiando,  si potrà arrivare al mese di settembre.

L’Italia non può permettersi di esasperare le discussioni con la Commissione europea:  è necessario trovare dei punti di accordo perché è interesse del nostro Paese avere i conti in ordine, sia perché l’Italia resta sorvegliato speciale nelle prossime valutazioni delle agenzie di rating (9 agosto Fitch, 5 settembre Moody’s), sia perché stanno aumentando le turbolenze tra Stati Uniti e Cina – che da commerciali si stanno trasformando in una guerra di potere, soprattutto tecnologico, che indeboliscono la nostra posizione sull’estero.

Non confortano i dati Istat che hanno mostrato in maniera decisa quanto era stato messo nero su bianco dallo stesso Governo: il Pil non sarebbe aumentato con reddito di cittadinanza e quota 100, la spesa per consumi è infatti crollata drasticamente insieme alla produzione industriale per via dei rallentamenti congiunturali. Numerosi crisi aziendali si sono riaperte negli ultimi tempi alimentando tensioni sociali e preoccupazione.

L’Italia converga verso posizioni di ragionevolezza, concordando con la Commissione i passi da compiere.

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