Presentato il Def: è lo stesso contratto di Governo che blocca l’Italia?

Con una riunione di soli 30 minuti il Consiglio dei Ministri ha varato il Documento di economia e finanza, nel quale sono ufficializzate le politiche economiche del prossimo triennio, con valori notevolmente distanti da quanto previsto nello scorso autunno e nella legge di bilancio approvata.

L’economia non crescerà se non per un asfittico 0,2% (l’allora ministro Savona parlava di una crescita per il 2019 del 3%, poi ridimensionata da Di maio al 2%, scritta nel progetto di legge di bilancio all’1,5% e uscita dalle trattative con la Commissione europea all’1%),

il deficit raggiungerà l’ormai famoso 2,4% (dopo aver scritto in legge di bilancio il 2,04% quasi in assonanza),

il debito, anziché porsi in una traiettoria di discesa  (come pure era stato ipotizzato nella legge di bilancio), per il 2019 è destinato a salire fino al 132,6%.

Scarsissimo, quasi inesistente, sarà il contributo dei due provvedimenti destinati a rilanciare il Paese ed è lo stesso Governo ad autocertificarlo: sblocca cantieri e decreto crescita contribuiranno solo per lo 0,1% mentre il reddito di cittadinanza (misura annunciata con toni roboanti) contribuirà per un misero 0,2%.

La disoccupazione per il 2019 tornerà ad aumentare fino all’11%.

Restano congelati i 2 miliardi concordati con la Commissione europea a garanzia della tenuta dei conti pubblici: spese correnti che non partiranno dai Ministeri a danno di diversi settori dell’economia.

Reggono quasi sul niente i due obiettivi di voler bloccare l’aumento dell’Iva e contemporaneamente ridurre la tassazione con la flat tax: 23 miliardi di iva da disinnescare che ancora gravita sugli italiani ed un impegno piuttosto sommario ad iniziare un diverso sistema di tassazione. “Il sentiero di riforma per i prossimi anni prevede la graduale estensione del regime di imposta sulle persone fisiche a due aliquote del 15 e del 205 a partire dai redditi più bassi, al contempo riformando le detrazioni e le detrazioni”.

Resta confermata l’intenzione di procedere entro il 2019 alle privatizzazioni per le quali il Governo programma di far incassare al Mef 18 miliardi, spostando la proprietà di alcune società partecipate a Cassa depositi e prestiti: Eurostat sarebbe però pronta ad inserire i debiti delle partecipate che affluiranno a CDP nel perimetro del debito pubblico complessivo, e così il peso dei dati finanziari italiani potrebbe collassare.

Intenzione primaria del Governo è quella di realizzare una “spending review”: misura adottata da ogni esecutivo (che non implica tagli ma variazione di composizione nella spesa con l’obiettivo di farla diventare più efficace) bisognerà mettere mano ad agevolazioni fiscali (deduzioni, detrazioni) che in sé costituiscono un intreccio monstre che mal rappresenta la progressività fiscale del Paese. Ma farlo solo per dare la sensazione di aver fatto non servirà: la revisione dovrà essere profonda e ragionata, come suggerito anche dal recente rapporto Ocse.

L’unico segnale flebile, ma pur positivo, arriva dalla produzione industriale: in controtendenza rispetto al clima di fiducia, ha fatto registrare per febbraio una lieve ripresa. Resta sempre il settore auto quello che ha segnato il passo in maniera più drammatica, condizionato anche dalla stagnazione nei tassi di sviluppo delle esportazioni.

La Commissione europea valuterà le previsioni tra almeno 2 settimane, anche se eventuali provvedimenti potrebbero essere adottati dopo il voto europeo: sarà quello il momento nel quale l’Italia potrà conoscere il destino dei suoi conti pubblici, anche con riferimento al rispetto dei requisiti del patto di stabilità. Ed in quel frangente si avranno altri indicatori numerici, che confermeranno o meno se l’Italia è ferma e sta aggravando i suoi conti e il destino dei suoi cittadini.

Nessuna conferenza stampa per presentare un documento così delicato.

Il Governo aveva dalla sua una enorme forza politica: sta dimostrando nei numeri presentati di aver adottato provvedimenti non in grado di sostenere e rilanciare l’economia, autodichiarando gli effetti nefasti delle misure adottate e quelle da adottare.

Invece di premere per raggiungere obiettivi elettorali che prendono le emozioni degli elettori, sarebbe stato meglio adottare le misure necessarie per sostenere il Paese in una congiuntura così negativa.

Un giorno, forse tardivo, si realizzerà che è lo stesso contratto di Governo a bloccare il Paese.

PIL

 

iNDICATORI FINANZA PUBBLICA

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