La guerra commerciale già iniziata: i dazi statunitensi e il possibile inizio di tensioni e conflitti più aspri

Dal mese di aprile 2018 la Cina cerca di distendere i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo i propri mercati finanziari e assicurativi (su cui, nel proprio territorio, non teme concorrenza particolare) ma gli assalti dell’Amministrazione Trump non si sono fermati: gli Stati Uniti sanno che la sfida lanciata dalla seconda economia del mondo vuole raggiungere l’obiettivo di scalzarla nel controllo (diretto ed indiretto) dell’economia del globo.

Il Presidente statunitense ha più di una volta dichiarato che

– per ragioni di sicurezza nazionale, anche

-per via della sottrazione di know how tecnologico con modalità scorrette, così come

– apparenti manovre manipolatorie sulla valuta cinese,

si creano danni enormi al Paese

ed ha così interrotto il TPP, l’accordo programmato tra Stati Uniti ed Asia,

iniziando una guerra di dazi i cui soli annunci hanno enormemente stravolto i già sensibili equilibri dei mercati finanziari e commerciali mondiali.

La prima parte di dazi ha avuto applicazione tra i mesi di giugno e luglio scorsi, su importazioni industriali e tecnologiche per un fatturato complessivo di circa 37 miliardi (3 miliardi su acciaio e alluminio e 34 su prodotti tecnologici). Ad agosto sono entrati in vigore dazi su un ammontare di 16 miliardi, mentre sono state ripetutamente annunciate misure su ulteriori 200 miliardi per il prossimo autunno. In diverse occasioni Trump ha dichiarato che potrebbe arrivare a coprire tutte le importazioni cinesi (valore 500 miliardi, bilanciati da esportazioni per 150 miliardi): obiettivo un deficit netto attuale di 350 miliardi.

Non è solo la Cina il problema deficitario commerciale statunitense: seguono a ruota il Messico, con 71 miliardi di deficit (altra fonte di attrito diplomatico per Trump) e la Germania per 65 miliardi.

LE REAZIONI DELLA CINA

La Cina ha attivato alcune misure tariffarie su una parte limitata delle proprie importazioni, per 16 miliardi di fatturato, ma ha minacciato ritorsioni sulle importazioni agricole e sulla libertà di stabilimento delle aziende nel proprio territorio, in special modo su quelle che sembrerebbero compromettere la sicurezza nazionale, attivando misure di screening sugli investimenti esteri in corso di insediamento.

Il Paese contemporaneamente sembrerebbe operare sul mercato valutario: viene osservata una progressiva svalutazione dello Yuan con cui il sistema potrebbe voler assorbire, almeno in parte, i dazi applicati e tentare di recuperare una parte della competitività perduta con la nuova guerra tariffaria. Non vi è certezza su questa che sembra apparire come una strategia voluta in quanto potrebbe anche trattarsi di uno stimolo adottato per affrontare un previsto rallentamento nella crescita economica, indipendente dall’applicazione delle sanzioni Usa.

Contemporaneamente i cinesi continuano i propri investimenti sulla Via della Seta,  il sistema infrastrutturale con il quale viene collegato il fronte europeo al gigante asiatico mediante la combinazione dei due programmi TEN –T e la Belt and Road Initiative, con un articolato sistema di accordi che però, in buona sostanza, vincola i territori occupati dalle infrastrutture ad uno stretto legame con il finanziatore cinese.

 

LE CONSEGUENZE SUI PAESI EMERGENTI

-La politica fiscale espansiva del Presidente Trump aveva già fortemente condizionato i Paesi emergenti, causa la favorevole espansione dei mercati obbligazionari ed azionari statunitensi in prospettiva di risultati positivi per via della Trumpnomics che avevano iniziato a dirottare lì le loro attenzioni e risorse;

-la guerra dei dazi ha contribuito ad allontanare i capitali dai mercati dei Paesi emergenti a causa del tracollo delle valute ed al conseguente rafforzamento del dollaro;

-la Fed ha in programma un rialzo tassi che attira capitali che vengono spostati proprio dai Paesi emergenti i quali si ritrovano, oltre a dover pagare con un cambio svalutato,  a dover finanziare i propri deficit a tassi di interesse più elevati.

Una sottomissione totale alle manovre in corso.

 

LE POLITICHE FISCALI E MONETARIE DEGLI STATI UNITI

Resta il contrasto di fondo dell’economia a stelle e strisce tra la sostenibilità  delle proprie manovre fiscali in termini di bilancio e il rialzo tassi programmato dalla Banca centrale: la politica monetaria e quella fiscale sembrano orientate in maniera divergente, a conferma che la prima non è facilmente assoggettabile al potere politico e sta cercando di mantenere la sua neutralità.

 

L’UNIONE EUROPEA

Mentre Trump conta sulla possibilità di stipulare accordi bilaterali, l’Unione europea, che ha l’esclusiva competenza sul commercio estero, continua a farsi sostenitrice degli scambi multilaterali. Trump, dopo un’indagine per verificare se l’importazione delle auto potesse costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, ha proposto l’applicazione di dazi su tutti gli arrivi di vetture. La Commissione europea, in risposta, ha inviato una lettera al Dipartimento al commercio statunitense per protestare contro l’iniziativa e contemporaneamente ha continuato a tenere aperti i tavoli delle trattative per arrivare all’azzeramento dei dazi, evitare altri tipi di barriere tariffarie cercando, come da richiesta statunitense, di non favorire le industrie nelle politiche commerciali. L’Europa in buona sostanza sta tentando di disinnescare le miccie attivatesi con un accordo multilaterale che coinvolge, peraltro, anche Giappone e Corea del Sud, rispettando il più possibile i parametri  e le regole del WTO (Organizzazione mondiale del commercio).

 

L’ITALIA

Le esportazioni restano ancora l’elemento su cui il nostro Paese può contare: l’ananzo commerciale con gli Stati Uniti ammonta a circa 30 miliardi di dollari, e Trump avrebbe chiesto  al Governo italiano, al fine di riequilibrare la posizione, una maggiore partecipazione alla spesa militare nell’ambito della Nato, oltre al completamento del gasdotto Tap (il corridoio che permette l’arrivo di gas naturale dal mar Caspio e che limiterebbe l’approvvigionamento energetico dalla Russia). Forti contrasti in seno al Governo attuale impongono la valutazione strategica complessiva dell’opera, soprattutto in funzione del tipo di contratto già stipulato e dell’avanzamento dell’opera, soprattutto considerando la volontà degli Stati Uniti dai quali dipende fortemente la sottoscrizione dei nostri titoli del debito pubblico. Da qui la propensione italiana a chiedere aiuto finanziario alla Russia o, in funzione di intermediazione nella trattativa dei dazi, alla stessa Cina.

 

LE PROSPETTIVE

Il Fondo Monetario internazionale ha stimato che i dazi interamente previsti potrebbero costare lo 0,5% del Pil mondiale dal 2018 al 2020, pari ad oltre 400 miliardi.

L’annuncio dei dazi ha già sconvolto in maniera rilevante i mercati e sta mettendo in grave difficoltà, come detto,  in primis i Paesi emergenti (ovviamente già deboli strutturalmente).

L’allarmismo e l’instabilità hanno danneggiato gli scambi mondiali: mentre tutto potrebbe apparire solo tattica negoziale per concludere accordi migliorativi degli attuali, in realtà esiste il rischio che si attivino meccanismi fuori controllo che danneggerebbero peraltro per primi gli stessi Stati Uniti, avviati alla conclusione di un lungo periodo di espansione economica e che necessariamente dovrebbero attrezzarsi in maniera protettiva ma equilibrata rispetto ad un rischio del genere, più che provocare i mercati (in Agosto la Cina ha segnato un nuovo record mondiale di esportazioni).

L’Italia resta ovviamente ampiamente coinvolta in questa disputa, e non soltanto perché sono i dazi del settore auto quelli che maggiormente la riguardano, quanto per la dipendenza finanziaria del suo debito pubblico e l’impossibilità di manovrare leve al di fuori dell’Unione europea. Dovrebbe per questo partecipare agli accordi con il solo intento di rinforzare l’Unione e non di frammentarla: il rischio è l’isolamento o l’assoggettamento  irreversibile alla potenza che per prima riuscirà a strapparle le condizioni migliori.

(la situazione ricorda purtroppo gli eventi degli anni ’30 in cui la Gran Bretagna preferì chiudere con barriere la sua area commerciale, rinunciando alla sovranità politica su Australia, Sud Africa e Canada. Questa linea isolazionistica commerciale finì per favorire la Germania che, con il fine di estendere l’area egemonica, decise di contrastarla apertamente. La dolorosa storia che ne seguì dovrebbe essere insegnamento di tutti).

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