La Banca Centrale Europea e gli accantonamenti

16 novembre 2017

Ricordando che come italiani siamo stati banchieri,

in quanto TUTTI siamo stati già proprietari (con il Ministero delle partecipazioni statali) tra gli anni 1970 e 1990, di San Paolo, Cariplo, Banco di Roma, Comit, Banco Napoli, Montepaschi (aggiungendo peraltro indirettamente IRI e IMI),

sostenendo e dando enorme impulso allo sviluppo industriale del tessuto economico italiano,

e, volendo superare il nuovismo politico che dimentica (o forse non sa) quanto accaduto in passato,

rifletto su quanto ha appena richiesto la Banca centrale europea alle banche italiane ed europee.

L’ADDENDUM PUBBLICATO
La Bce ha pubblicato un documento
che è in consultazione fino all’8 dicembre
presso le banche centrali dei singoli Paesi, tra i Ministri finanziari ed in Commissione Europea,
contenente una proposta per fare accantonamenti sui crediti in sofferenza concessi da tutti gli istituti di credito,
e che diventeranno non più riscuotibili (per crisi finanziaria di impresa o famiglia) a partire dal 2018.

I RISCHI
Questa richiesta di accantonamento potrebbe comportare:

-che gli istituti adottino maggiore cautela nella concessione di finanziamenti ai privati e alle imprese, in vista del rischio di dover accantonare somme se i crediti concessi dovessero diventare inesigibili e che quindi

– si comprometta la recente crescita delle imprese lievemente accennata negli ultimi tempi,

-che questa misura di accantonamento venga estesa, non solo ai crediti in sofferenza attuali, ma anche a quelli già esistenti, con aggravamento delle richieste,

-che gli azionisti delle banche debbano apportare ulteriore capitale in dotazione dopo aver fatto importanti risanamenti negli ultimi 4/5 anni, rimettendo nuovamente in difficoltà soprattutto le banche piccole e medie dopo che, specialmente in Italia, vi sono state importanti operazioni a tutela dei risparmiatori e degli imprenditori.

GLI OBIETTIVI DELLA BANCA CENTRALE CON QUESTA MANOVRA
La vigilanza della Banca centrale europea intende, in generale, costruire un sistema bancario più solido,

*riducendo i rischi delle singole banche che inevitabilmente, in maniera diretta o indiretta, si ripercuotono sulla collettività,

*staccando gli istituti soprattutto dall’influenza che l’economia del Paese può arrecare (se il Paese è in difficoltà le banche dovranno restare indenni dal ciclo economico per continuare a dare credito a chi ne fa richiesta),

*creando un ambiente in cui se vi sono crediti deteriorati questi possano essere facilmente smaltiti (anche se di tipo diverso tra banca e banca e di importi piccoli in taluni casi) in modo da non ostacolare l’ulteriore credito da concedere a imprese e cittadini,

*ad evitare che (poiché la Bce non può imporre con la forza che le banche si privino dei loro crediti deteriorati che bloccano lo sviluppo dell’economia) si possa creare una caduta dei prezzi di questi crediti quando vengono venduti agli operatori specializzati, e le banche perdano somme importanti che poi riverbereranno sui costi ai risparmiatori e al credito che concedono,

*ad evitare che le banche continuino a fare degli accantonamenti personalizzati, essendo oggi tutto legato a dei modelli interni diversi da banca e banca, e gli accantonamenti sono, in alcuni casi, molto lontani dai valori standard applicati ad esempio negli Stati Uniti.

COSA CONTESTANO IL PARLAMENTO EUROPEO E L’ITALIA E COSA RISPONDE LA BCE

Oltre al pericoloso rischio di vedere una nuova riduzione del credito, che è alla base della protesta,

il Parlamento europeo contesta i poteri che sta esercitando la Banca centrale perché ritiene che la stessa non possa svolgere attività normativa ed imporre obblighi, in quanto la legislazione spetta al Parlamento europeo.

La Banca centrale risponde

che è nel “meccanismo unico di vigilanza” il prevedere politiche di accantonamento a titolo prudenziale,

che l’Ecofin (gruppo dei Ministri delle economie e finanze dell’Unione europea) ha raccomandato l’adozione di misure prudenziali per evitare danni all’economia dei Paesi.

Ovviamente si tratta di un dibattito politico ed esteriore, che denota la volontà di procedere da parte di tutti:

in primo luogo l’introduzione di questi accantonamenti è sufficientemente lontana: a partire dal 2021 per i crediti senza garanzie e a partire dal 2027 per i crediti garantiti,

in secondo luogo ogni istituto potrà presentare le proprie ragioni per evitare di fare questi accantonamenti che, se accettate, li eviteranno,

in terzo luogo è assolutamente necessario rinforzare questo sistema per evitare di bloccare nuovamente il credito all’economia.

Alla fine, si sta arrivando in questi giorni, ad ottenere un promesso slittamento dei termini per l’entrata in vigore di questa nuova norma,

grazie alla quale non si metterà la testa sotto la sabbia di fronte a questo che è un gravissimo problema che ostacola l’economia (in particolare quella italiana).

Certo, bisognerà contemporaneamente guardare a come operano per altri aspetti gli altri Paesi (ad esempio la Germania sui derivati),
ma questo è un altro fronte aperto, che per la sua gravità dovrà essere passato all’esame ed alla soluzione, anch’esso il prima possibile.

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