Tassi di interesse e inflazione: le prospettive

Il 9 marzo saranno 2 anni che la Bce ha in essere l’operazione di politica monetaria non ordinaria denominata Quantitative easing: con questo strumento la Banca centrale immette liquidità nel sistema finanziario europeo in modo da ridurre i tassi di interesse per

-favorire gli investimenti di imprese e cittadini,

-abbassare il costo del debito pubblico degli Stati che partecipano all’operazione (sempre tramite la riduzione dei tassi di interesse che pagano sui loro titoli).

La riduzione dei tassi di interesse che sta dentro questa immissione di liquidità ha come primo obiettivo formale quello di portare l’inflazione della zona euro in maniera stabile intorno al 2%: la stabilità intorno al 2% consente ai salari di mantenere fermo il loro potere d’acquisto (in modo che non vengano ad esempio penalizzati da un’inflazione crescente) e all’economia di muoversi su un sentiero stabile (senza che si creino nei mercati aspettative di ribasso dei prezzi – fenomeno di deflazione – che fermerebbero i consumi in attesa di ulteriori discese, e fermerebbero gli investimenti perché i consumi sarebbero in attesa).

La spinta del Quantitative easing in realtà ha prodotto effetti sugli investimenti soltanto nelle economie che hanno già un sistema solido e funzionante, come ad esempio i Paesi del nord europa, ma non ha funzionato in maniera incisiva nei Paesi ancora penalizzati da malfunzionamenti di sistema (come l’Italia), perché i mancati investimenti sono legati alle incertezze ed alle difficoltà burocratiche in cui vive il Paese.

Ha prodotto sicuramente effetti vantaggiosi sui tassi di interesse pagati dagli Stati molto indebitati (come l’Italia), ma purtroppo questo risparmio sugli interessi (circa 50 miliardi per l’Italia, a grandi linee) non è stato investito in maniera ottimale a livello governativo, perché è andato ad alimentare il consenso politico più che guardare ad un’ottica di sviluppo del Paese (infrastrutture, investimenti, stimolo ricerca industriale) o alla riduzione del debito pubblico.

Mentre quando è partita l’operazione l’inflazione girava intorno allo 0, attualmente l’inflazione, grazie a questa spinta monetaria, dà segni di risalita e si potrebbe pensare di metter fine alla operazione del QE di Draghi.

Qual è il problema? Che il paniere di beni che misura il tasso di inflazione che sembrerebbe in crescita, è stato influenzato essenzialmente dalla risalita del petrolio e dall’aumento dei costi per ortaggi e frutta dovuto al maltempo invernale. Si tratta dunque di aumenti temporanei e non definitivi, che non possono lasciar presagire un consolidamento verso l’alto del tasso di inflazione.

Visto che l’inflazione sembra in risalita, i tedeschi chiedono che il Qe venga ridotto e conseguentemente vengano rialzati i tassi visto che loro

-hanno tassi bassi su un debito pubblico molto contenuto e dunque non risentono dei benefici del QE

-prendono interessi bassi sulle loro disponibilità finanziarie e vorrebbero guadagnare di più

-hanno settori produttivi che non hanno bisogno di particolari stimoli per fare investimenti dato che il tasso di disoccupazione da loro è limitato ad un fisiologico 6%.

Draghi ha già confermato che le operazioni del QE continueranno, dunque i tassi di interesse continueranno a restare bassi almeno per i prossimi 9 mesi.

Secondo il Presidente della Bce, il Qe sarà ridotto soltanto se l’andamento dell’inflazione sarà stabile intorno al 2% per tutti i Paesi, se il livello dell’inflazione sarà autoindotto cioè non condizionato dall’esistenza di politiche monetarie espansive e, da ultimo, se sarà garantito a lungo termine

L’Italia può dunque ancora contare, per qualche tempo, sui risparmi del bilancio pubblico con i tassi di interesse che vengono mantenuti bassi artificialmente:

gli interessi sui titoli del debito pubblico aumenteranno solo per via delle incertezze politiche delle prossime elezioni (il famigerato “spread”),

per i privati e le imprese sono ancora pochi i mesi in cui poter approfittare per questo calo generalizzato dei tassi e contrarre, a condizioni favorevoli, prestiti e mutui.

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