L’Italia senza politiche industriali

Nel 2007 il Fondo Monetario Internazionale pubblicò uno studio nel quale si evidenziava che l’aumento di benessere derivante dalla distribuzione dei redditi è maggiore dell’aumento di benessere che procura una maggiore ricchezza complessiva della nazione. In buona sostanza, è socialmente migliore distribuire il reddito tra chi ha più e chi ha meno, che non fare delle politiche generalizzate e indistinte di crescita.
 
Perché questa considerazione è importante? Perché in Italia sta emergendo una fascia sociale sempre più rilevante numericamente che è quella delle persone escluse. 9 milioni di persone, escluse dal lavoro od escluse talvolta dal lavoro regolare che si distinguono e dividono dalle altre.
 
Cosa accade mentre tutti sanno? Non accade nulla.
In Italia non ci sono politiche industriali, perché si pensa al consenso politico, invece di costruire visioni a lungo termine.
 
Non ultima, circa 2 settimane fa, è saltata una operazione che avrebbe potuto creare valore e lavoro alla società: l’integrazione fra una banca (Intesa, tra le prime banche italiane) ed un’assicurazione (Generali, tra le prime compagnie di polizze) che poteva creare un prototipo di eccellenza nel settore finanziario, così garantendo sia un parziale assorbimento del personale bancario in esubero derivante dalle politiche di riassetto dei vari istituti bancari, sia aprire ad una prima occupazione la grande massa di giovani qualificata e con titoli di studio.
 
Cosa è mancato? Una politica che coadiuvasse il sistema imprenditoriale (in questo caso bancario) che strutturasse risorse e collaborasse per mettere in campo lavoro.
 
Il conglomerato bancario assicurativo avrebbe rappresentato un colosso di banca-assicurazione, e sarebbe potuto diventare un esempio per dimensione in Italia e in Europa, nonché un trampolino per far diventare una multinazionale quella che è una delle cassaforti del risparmio degli italiani,con ciò trasformandosi in uno dei primari gruppi di offerta di lavoro.
 
Nonostante, infatti, le due società abbiano in portafogli circa 150 miliardi di titoli del debito pubblico (sullo stock di 2.250 miliardi complessivi), è stato decisivo il non intervento della politica. Il Ministero dell’economia non ha minimamente interferito sulla vicenda, non si è intromesso nella gestione di una combinazione che non pochi risvolti avrebbe potuto avere a livello occupazionale.
Il fatto che le due controparti avessero in mano circa il 7% del debito pubblico, avrebbe potuto avere delle conseguenze negative se si fosse chiesto altro.
 
In parte ha contribuito all’insuccesso la dinamica “ostile” con cui si sono svolte le operazioni: hanno acceso i fari Consob e Bankitalia, ma non vi è stato un coordinamento politico, né prima, né durante, né dopo.
E così, tra speculazioni di Borsa e oscillazioni di mercato, l’acquirente (Intesa) ha rinunciato all’acquisto di Generali, dichiarando che “non c’erano più possibilità di creazione e distribuzione di valore per i propri azionisti”. Dunque, l’operazione non interessava più perché, in buona sostanza, non redditizia per i soci.
 
La politica serve a questo, serve a guardare un passo oltre il proprio naso tra chi ha e chi non ha, serve a far acquisire certezze al sistema, a coordinare gli attori e i loro interessi, a mediare portando l’attenzione sui temi nevralgici per la società.
 
Senza far questo non si riuscirà mai ad arginare le fratture esistenti tra i gruppi in cui è divisa la società.
La società è stata sempre divisa.
Lo era dieci anni fa, quando i lavoratori erano divisi tra quelli protetti da statuto e dipendenti pubblici da una parte e lavoratori di rischio (imprenditori autonomi, artigiani, dipendenti delle piccole imprese) dall’altra.
Lo era negli anni 70, quando il Paese si industrializzava e venivano estromessi i lavoratori deboli e non produttivi.
Lo era negli anni ‘95/2000 quando il Paese faceva chiudere l’Italia delle industrie di media taglia.
La politica non sempre ha lavorato per riequilibrare questi assetti.
 
Ma compito della politica è di avviare un cammino di riequilibrio di queste fratture che aumentano ogni giorno di più, e che non potrà che far peggiorare le condizioni generali di tutti. Come ha detto il Fondo Monetario internazionale nel 2007.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑