Ilva, quasi all’arrivo.

ILVA, vicina al termine di un’odissea.

Ilva (sino a quel momento simbolo produttivo del Mezzogiorno), nel luglio 2012 viene posta sotto sequestro per disastro ambientale a seguito di una perizia con cui si dimostra che la fabbrica procura malattie e morti.

Dopo l’approvazione da parte del Governo di un piano ambientale (con il rispetto dei parametri europei) in cui vengono fissati gli obiettivi che la fabbrica deve raggiungere in termini di bonifica e risanamento ambientale,

dopo il commissariamento e

la valutazione di una insolvenza finanziaria di circa 3 miliardi,

sono due le cordate che arrivano alle offerte che saranno depositate il 3 marzo :

  • Marcegaglia (quella che avrebbe l’esposizione con Monte Paschi di 1,6 miliardi) e gli indiani Arcelor Mittal, che vogliono portare la produzione di acciaio con l’attuale assetto produttivo risanato a livello ambientale, dagli attuali 4,8milioni a 6 milioni (Arcelor già oggi produce da sola sul mercato 5 milioni di tonnellate e Marcegaglia conta di acquistare  almeno 1,5 milioni dalla produzione di Ilva). Arcelor vuole però spegnere l’altoforno 5, che dà lavoro a 5mila persone, spingendo al massimo la produzione degli altri altoforni, introducendo il processo di finitura di prodotti semilavorati importati dalla Francia.
  • Acciai Italia composta da Cassa depositi e Prestiti, Del Vecchio, acciaierie Arvedi e gli indiani di Jindal. Questo gruppo vuole mantenere i 6 milioni di tonnellate di capacità massima dell’impianto e introdurre il gas in siderurgia, sostituendolo al carbone, producendo altri 4/6 milioni di tonnellate di acciaio.

Entrambi i due raggruppamenti  hanno dovuto presentare un piano ambientale che è stato approvato dai commissari ma che sta per essere integrato da ulteriori richieste.

L’acquirente o affittuario sarà comunque tutelato da contenziosi di qualunque genere.

Il problema principale di Ilva è stato il suo livello produttivo: se produce poco diventa antieconomica, chiude e lascia i dipendenti per strada, se produce di più inquina diffondendo malattie e morte.

I governi hanno emanato una decina di decreti per tenere in vita l’Ilva sul presupposto che il siderurgico è un settore strategico per l’Italia. Negli stessi decreti hanno stabilito che bisognava procedere con urgenza a fare l’80% delle prescrizioni ambientali entro brevi termini. In pratica, però, nel 20% che residua, e che resta a carico di chi rileverà l’Ilva, ci sono tutti gli sforzi più radicali e costosi che sono ancora da realizzare. Nei vari decreti c’è anche una limitazione delle responsabilità dei commissari  in caso di mancato rispetto dei tempi per la tempistica ambientale.

Sinora è stato programmato circa 1 miliardo di prestiti che lo Stato avrebbe dovuto fare per la continuazione dell’attività ed il risanamento ambientale, e che sarebbe stato restituito con il rientro dei soldi dalla Svizzera del patteggiamento dei Riva con le Procure di Taranto e Milano. Al momento l’erogazione statale ammonta a circa 400 milioni, e il patteggiamento dei Riva  è stato prima bloccato dalla Svizzera (perché l’Italia ha una normativa che non garantisce il recupero dell’importo nel caso non fosse stato autorizzato il patteggiamento), e poi bloccato, come la Svizzera prevedeva, due settimane fa.

Le banche hanno invece anticipato circa 500 milioni di linee di credito, oltre a quelle che già c’erano.

L’Italia ha visto chiudere impianti storici come Cornigliano, Bagnoli e Piombino e le persone occupate nello stabilimento di Taranto, compreso l’indotto più diretto, sono circa 13mila: bisogna che la cordata che lo gestirà si occupi di mantenere livelli di produzione ed occupazione adeguati, garantisca sicurezza sul lavoro, risanamento ambientale e tutela della salute. Potrà utilizzare i vantaggi del Governo fissati nel piano Industria 4.0 nel fare i suoi investimenti.

L’Ilva fattura 2,2 miliardi di euro e produce attualmente 5,8 milioni di tonnellate di acciaio. I prezzi sono in risalita perché è stata limitata da accordi internazionali l’offerta di acciaio di Cina e Russia.

Comunque i 6 milioni con le tecniche già in essere sono il massimo consentito dalla prescrizioni ambientali: l’aumento di quantitativi con tecniche alternative svilupperà, però, nuova occupazione con parametri non inquinanti dunque ragionevolmente il gruppo Acciaitalia potrebbe essere favorito. Vi è però un elemento da non sottovalutare: in questo raggruppamento c’è la Cassa depositi e Prestiti, che non può fare investimenti su attività non redditizie e potrebbe anche verificarsi che la cordata contrapposta (o parte di essa) ne rilevi le quote, se Cassa depositi e prestiti non sarà garantita della redditività.

L’asta è in corso: il 3 marzo scadranno i termini per le offerte ed entro metà aprile si alzerà il velo sulla scelta dell’assegnatario.

 

 

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