Chi aiuta l’Italia (ma non gli italiani)

Ancora una volta Draghi riesce a sorprendere i mercati e portare avanti la sua politica monetaria espansiva. Nessuna marcia di arresto sul programma, anzi addirittura si reinvestiranno i proventi dei titoli in scadenza.

Riportando da 80 a 60 miliardi al mese i suoi acquisti di titoli – ampliamento adottato quando vi erano consistenti rischi di deflazione per l’intero continente europeo – ha comunque aumentato il budget complessivamente disponibile: i mercati si aspettavano una modifica per 6 mesi, ma si è arrivati a 9 mesi, e così si chiuderà il 2017.

Non saranno semplici le tornate elettorali del prossimo anno: le elezioni in Germania, presumibilmente nel mese di settembre, in Olanda, e persino in Italia (salvo modifiche dei prossimi mesi) costringono a pensare ad una politica monetaria di orientamento a breve. Più che pensare a portare l’inflazione al 2%, margine che generalmente si intende possa garantire la stabilità dei prezzi  – e dunque del potere di acquisto dei salari e del valore reale dei beni e servizi – si sta cercando di dare copertura alle oscillazioni di mercato derivanti dalle diverse situazioni di instabilità politica.

Sinora, con i leggeri stimoli apportati all’economia, Draghi ha evitato, almeno in gran parte, l’effetto della trappola della liquidità, quella situazione stagnante in cui il sistema economico e produttivo non reagisce più a nessun tipo di politica monetaria.

Oltre a questo ha innegabilmente compromesso quell’indipendenza tra banca centrale e governi centrali, che è base e limite stesso del suo mandato, come segnalano sempre i “falchi” tedeschi: i governi utilizzano questi risparmi per i loro fini elettorali e non per ridurre la loro critica e pericolante situazione finanziaria . In parte la Bce ha anche accentuato questo carattere di “temporaneità” e di “sussidio”, introducendo anche un ulteriore elemento nella valutazione dei titoli da acquistare, portando da due anni a un anno, la durata residua dei titoli acquistabili. Mosse estemporanee e sicuramente esclusivamente politiche.

Espressamente la Bce ha dovuto dichiarare a gran voce che non sta dando un sostegno all’Italia, anche se è evidente che così non è, visto che i Btp italiani sono il bacino più grande del mercato europeo dei titoli di Stato. Portando, peraltro, la tipologia dei titoli acquistabili anche al di sotto del rendimento sui depositi (che oggi è negativo di 40 punti),  il Governo viene  aiutato nella sua politica di finanziamento a breve, onde evitare le oscillazioni momentanee portate dall’instabilità politica e non squilibrare l’assetto generale contenuto nella legge di bilancio. La scelta di acquistare titoli con rendimenti altamente negativi comporta delle perdite per il bilancio della Bce ma è stato posposto questo interesse a quello, dichiarato, della “stabilità dei prezzi”, al fine di sostenere le politiche elettorali dei governi in carica.

Attualmente il 13% del debito italiano  è detenuto dalla Bce: con la nuova programmazione il ritmo mensile degli acquisti farà scendere la quota italiana intesa come flusso, passando dagli attuali 10-11 miliardi al mese, ai futuri 7 miliardi. Vi sarà comunque spazio ampio per coprire la previsione di indebitamento netto dei 40 miliardi del prossimo anno e continuare a tenere bassi i costi di finanziamento per il Paese.

La diminuzione del tasso di riferimento per gli acquisti dei titoli era una delle opzioni sul tavolo per variare la tecnicalità dell’operazione Quantitative Easing in quanto i titoli tedeschi iniziavano a scarseggiare. Con questa decisione, i rendimenti dei titoli tedeschi sicuramente scenderanno ulteriormente, con alleggerimento ulteriore del costo del debito per la Germania (già molto contenuto). L’altro fattore sul quale poter agire era quello della partecipazione alle quote di capitale della Bce, ma fare acquisti non in proporzione ai rischi, sarebbe stata una decisione su cui i tedeschi non avrebbero mai dato il loro benestare.

In merito all’inflazione, seppur si possa prevedere un aumento del prezzo del petrolio per il prossimo anno, sarà necessario l’aumento della produttività per garantire un generalizzato aumento dei prezzi e dei salari. Fidarsi del solo petrolio non garantirà la crescita dell’inflazione di base, quella cioè depurata degli energetici e degli alimentari, che resta ancorata allo 0,8% annuo. Al momento l’unica stima abbastanza realistica sull’inflazione è spostata al 2019 ed ammonta ad un aumento dell’1,7% medio annuo. Per di più vi è il rischio che il rialzo del solo prezzo del petrolio potrebbe avere come conseguenza negativa quella di deprimere il livello generale dei consumi: elemento da non sottovalutare in una fase recessiva come l’attuale. Questo effetto potrebbe addirittura costringere la Bce a fermare i suoi stimoli, o a rallentarli consistentemente, e il nostro Paese si troverebbe senza “paracadute”.

Sicuramente la manovra sui tassi a breve potrà favorire gli istituti di credito, visto che raccolgono a breve e prestano a lungo termine (ragione per cui i mercati hanno reagito favorevolmente in termini di quotazioni e vi saranno benefici a medio termine sui titoli azionari).

In Italia resta però un sistema bancario fragilissimo, al quale le imprese sono fortemente legate,  sistema che è anche fortemente condizionato dal debito pubblico del Paese, al quale non sembra si voglia porre rimedio: le banche sono in questa situazione di ponte fra i cittadini e l’economia che deve ripartire.

La vera domanda, alla fine continua a restare senza risposta: la politica monetaria continua a procedere, da sola incoraggia ma non può essere l’unico sostentamento dell’eurozona. Contemporaneamente vanno attuate politiche fiscali.

Certamente i passaggi graduali della politica monetaria evitano gli scossoni di decisioni incaute (come fu per l’aumento dei tassi del predecessore Trichet o con l’abbassamento progressivo del Qe americano della Fed di Bernanke che provocò non pochi effetti negativi): l’obiettivo di indirizzare l’inflazione e mantenere la stabilità dei prezzi resta sempre all’orizzonte, è nascosto da movimenti di assestamento di natura chiaramente politica, ma lo squilibrio tra  nord e sud europa permane.

Non bisogna inoltre dimenticare che queste manovre contribuiscono a creare liquidità nel sistema, ma che queste da un certo momento in poi, diventano destabilizzanti.

Occorre, per l’Italia, ridurre la spesa pubblica, e questo governo potrebbe iniziare a programmarlo per il prossimo Def senza passare per impopolare. Altresì bisogna tesorizzare i risparmi delle operazioni Bce per far scendere il debito. E ancora bisogna spingere sull’Europa per l’attuazione di politiche fiscali espansive. Si è fermi però, dall’operazione Monte Paschi.

Tutto deve essere diretto a riversare questi benefici sul peso fiscale che grava sugli italiani, cosa che negli ultimi anni non è accaduta.

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