Il Governo e le pensioni: una strada in salita

La tensione tra il Presidente dell’Inps (in carica fino alla prossima primavera) ed il Governo è scoppiata nei giorni successivi alla Relazione annuale dell’Istituto di previdenza: uno scontro istituzionale sulla mancata verifica, da parte del vice Presidente del Consiglio Di Maio, della sua stessa richiesta inoltrata all’Inps che conteneva già gli effetti negativi del decreto “dignità” varato nei giorni scorsi dal Governo.

Richiesta Di Maio

Scontro osservato dai mercati (poco amanti delle beghe politiche) che dovranno vagliare i passaggi del programmato intervento sulla Legge Fornero (sistema previdenziale aggiornato nel 2011), il tema più caldo tra l’Istituto di Previdenza ed il Governo.

Manca ancora, agli atti, un documento fondamentale per procedere ai calcoli definitivi per la riforma: il Rapporto annuale delle tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico. Sarà soprattutto sulla base di quei dati, emanati in genere nel mese di Agosto,  che i Ministeri interessati dovranno presentare il progetto di riforma.

Non potranno essere escluse dai calcoli le considerazioni  sulle tendenze al ribasso del tasso di crescita del Paese, oggi fortemente condizionate dai venti protezionistici, e già presentate dal

Fondo Monetario internazionale (che colloca le stime all’1,2%), vagliate anche

dall’Ufficio parlamentare di bilancio (che si attesta su una crescita dell’1,3%) e

dalla Banca d’Italia (che prevede l’1,3% per quest’anno).

Il rapporto della Banca Centrale Europea sul sistema pensionistico

Nell’ultimo bollettino periodico, l’Istituto ha messo in guardia sui rischi che gravano sui bilanci pubblici in materia previdenziale: nel rapporto del 2018 sull’invecchiamento della popolazione (realizzato per l’intera eurozona), è stimato come la popolazione stia velocemente invecchiando e l’indice di dipendenza degli anziani (il rapporto tra il numero di persone pari o sopra i 65 anni e la popolazione in età lavorativa) aumenterà di ben 20 punti percentuali tra il 2016 ed il 2070. Da qui una conseguente prospettica crescita esorbitante delle pensioni pubbliche, che dovrebbero essere compensate da

-effetto di sostituzione : grazie alle riforme passate dovrebbe ridursi il rapporto tra prestazioni pensionistiche e salari,

– aumento della produttività del lavoro e degli altri fattori che dovrebbero impattare sul miglioramento dei salari,

– riduzione dell’indice di copertura (rapporto tra numero di pensionati e numero di persone pari o superiori a 65 anni),

-convergenza verso un tasso di disoccupazione più basso a lungo termine,

-impatto delle riforme (che incoraggino ad esempio carriere lavorative di maggiore durata).

Dunque, le proiezioni sugli andamenti pensionistici non dipendono soltanto dalle riforme passate ma anche dalle ipotesi sottostanti ai modelli che sono, in buona parte, eccessivamente favorevoli. Il rischio che vengano compiuti passi indietro oggi è elevatissimo e per la Banca centrale i Paesi con livelli già elevati di debito pubblico dovrebbero attuare ulteriori sforzi di riforma per ridurre il prevedibile aumento della spesa.

 

Il rapporto 2018 sul coordinamento della  finanza pubblica della Corte dei Conti

L’organo ha rilevato come la “correzione effettuata con la riforma Fornero sul fronte pensionistico sia stata brusca, ma, considerando le proiezioni di spesa nel lungo periodo, risultano stretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi della legge, a meno di un ripensamento complessivo del sistema”.

I conteggi in corso

I calcoli dei competenti uffici impegnati nel progetto di riforma, sarebbero orientati ad introdurre la cosiddetta “quota 100”, ove il suffisso 100 sta ad indicare la somma dei contributi e dell’età del lavoratore, il quale potrebbe andare in pensione quando l’età, sommata agli anni di lavoro, dia, appunto, come risultato 100. Si potrebbe dunque andare in pensione all’età di 60 anni purché siano maturati almeno 40 anni di pensione. In realtà, in una ipotesi così ampia, i costi sarebbero esorbitanti ed il Governo sta valutando le possibili combinazioni, a partire dall’introduzione di un’età minima per avere la sommatoria 100, che ridurrebbe notevolmente la platea degli aventi diritto e gli esborsi.

Sono in corso di valutazione anche degli incentivi per evitare l’accesso pensionistico come modificato dalla futura riforma: nel caso in cui il lavoratore abbia i requisiti, ma non voglia andare in pensione anticipata, potrebbe avere fino ad un 30% in più in busta paga (superbonus) in quanto non verserebbe più i contributi previdenziali che gli sarebbero lasciati.

I lavoratori precoci sono prevalentemente  in attesa di avere almeno quota 41, ma la sostenibilità dei conti sarebbe fortemente compromessa e si potrebbe slittare a quota 42.

Con la sommatoria 100, secondo l’Inps, i costi oscillerebbero tra i 4 ed i 14 miliardi di euro l’anno (mentre con uno sbarramento a 65 anni il costo sarebbe di 10 miliardi).

Il motto “aboliremo la Fornero”, fonte di preoccupazione dell’Europa per il nostro Paese (dove il rapporto tra spesa pensionistica e Pil è tra i più elevati al mondo e la metodologia di calcolo è tra le più complesse), dovrà necessariamente essere stemperato, considerando soprattutto i cambiamenti demografici ed antropologici in essere.

Sicuramente la modifica del sistema potrà essere attuata con maggiore equilibrio qualora tutte le pensioni siano contenute entro i contributi versati, ma le risorse che dovranno essere impegnate dovranno essere compatibili

con il limite indiretto imposto dal nostro debito pubblico,

con i vincoli europei sul disavanzo,

con le raccomandazioni Paese ricevute a maggio tra cui spicca la necessità di ridurre l’indebitamento,

evitando di guardare agli interessi immediati di consenso e pensando anche al lungo termine.

Non sarà certo la prospettiva di uscita dall’euro a sostenere la minaccia di dover attuare la riforma: se l’Italia non dovesse rispettare le regole di un sano equilibrio finanziario, sarebbero gli stessi mercati, anche fuori dall’euro, a costringere il Paese a riportare i conti in ordine.

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