Gli Stati Uniti nell’era Trump

5 giugno 2017

Trump ha deciso rinunciare all’accordo globale in cui tutti i Paesi del Mondo (195, eccetto due che non hanno firmato) si sono impegnati ad aumentare la protezione dell’ambiente con una decisione adottata nell’intesa di Parigi del dicembre 2015 e sottoscritta in aprile 2016 in sede Onu.

Gli accordi prevedono di incidere sul cambiamento climatico stimolando i governi nell’adozione di misure concrete per ridurre le emissioni di anidride carbonica a causa delle attività dell’uomo (come centrali elettriche, acciaierie, motori, impianti di riscaldamento) che si sommano all’anidride carbonica naturale (originata da incendi ed eruzioni) e biologica (respirazione degli esseri viventi). L’anidride carbonica trattiene infatti nell’atmosfera il calore emanato dal sole, creando il cosiddetto “effetto serra”.

Dunque controllare l’anidride carbonica per contenere l’aumento di temperatura a non più di 2 gradi di quella esistente nei vari Paesi rispetto all’era pre-industriale: un obiettivo ambizioso per il quale l’anidride carbonica dovrà essere tale che il pianeta arrivi ad avere una produzione che possa essere riassorbita naturalmente.

Nell’accordo è previsto, tra i vari punti:
*che siano controllati i progressi ogni 5 anni,
*che vengano versati circa 100 miliardi di dollari ogni anno ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti energetiche che non sviluppino CO2,
*che vengano applicate delle restrizioni all’utilizzo delle fonti fossili,
*che si paghino sanzioni per ogni quantitativo eccedente l’anidride carbonica programmata,
*che si sviluppi la medesima quantità di energia con minori emissioni grazie a tecnologie pulite ed innovative.

Uscire dagli accordi comporterà che negli Stati Uniti si possano diffondere produzioni industriali senza controlli ambientali, attirando così i produttori che non vogliono sostenere costi di compatibilità ambientale mentre gli altri Paesi potrebbero subire pressioni per togliere i vincoli ambientali.

I maggiori Paesi che emettono anidride carbonica sono le due più grandi economie del mondo: Stati Uniti e Cina e la Cina si è subito attivata per confermare che applicherà rigorosamente gli accordi sottoscritti, approfittando dell’occasione per stringere informali accordi con la Germania da un punto di vista commerciale. La Cina è il secondo mercato di destinazione delle esportazioni europee, ed ha un valore di interscambio tra export ed import di oltre 500 miliardi: la Cina chiede di superare l’empasse per la quale non viene riconosciuta come economia di mercato dall’Europa e dunque non sono permessi tutti i tipi di transazione. Essere economia di mercato significa che in Cina non dovrebbero esserci protezionismi all’ingresso di merci dall’estero (o dazi particolari) o che non ci siano sovvenzioni pubbliche che producono diminuzione del prezzo dei beni (che in alcuni casi sono già di limitata qualità e di per sé costano poco): la Cina dovrà lavorare su dazi e sovvenzioni pubbliche per essere punto di riferimento del mercato europeo e comunque gli spazi di collaborazione tra Europa e Cina sono destinati ad aumentare.

Trump ha dichiarato di voler lasciare gli accordi sul clima perché, in buona sostanza, sono anzitutto molto costosi per gli Stati Uniti. In secondo luogo perché la Germania realizza con gli Stati Uniti pratiche commerciali scorrette: esporta troppo perché pur essendo un Paese forte la valuta europea è comunque svalutata (perché frutto di compensazione tra le posizioni dei vari Paesi in cui ci sono realtà deboli come ad esempio l’Italia e la Grecia). Vi sono inoltre, sempre a suo dire,asimmetrie nei dazi e pratiche di dumping (le merci vengono esportate a prezzi inferiori a quelle del mercato interno), realizzando così a carico degli americani un forte deficit di bilancia commerciale (che nel 2016 è stato di 65miliardi di dollari).
In realtà il surplus commerciale tedesco c’è anche quando l’euro si rafforza e bisogna tener conto che una parte del surplus viene lasciato negli Stati Uniti perché la Germania investe sul territorio americano creando altresì posti di lavoro.

Un altro punto di recriminazione da parte di Trump sono le spese militari, che non vengono sostenute dai Paesi europei nella misura delle linee Nato (il 2% del Pil di ogni Paese) e queste spese conseguentemente vengono a gravare per il 75% sulle tasche degli americani (l’Italia attualmente sostiene l’1,1% della spesa rispetto al 2% prefissato). Questo ovviamente mette in dubbio la protezione americana nel momento in cui uno dei Paesi dovesse essere messo sotto attacco militare perché gli Stati Uniti potrebbero non garantire il loro intervento (fu la prima domanda che pose la Merkel a Trump subito dopo la sua elezione nel corso della prima telefonata).

L’Europa dunque si ritrova costretta a dover muoversi da sola, privata quasi improvvisamente di entrambi i principali alleati che la liberarono dal nazismo: sul fronte continentale infatti è già partita anche la Brexit.

Legalmente l’accordo di Parigi impedisce di fare passi indietro prima di 3 anni dalla sua entrata in vigore: a questi 3 anni si aggiungono ulteriori 12 mesi perché la notifica di uscita produca i suoi effett. Le prossime elezioni americane sono fissate per il 3 novembre 2020 ed il termine a partire dal quale uno Stato può uscire dagli accordi è il 4 novembre 2020 (una data non fissata a caso ma che copriva l’ipotesi che il nuovo presidente degli Stati Uniti rifiutasse di aderire agli accordi): vi è dunque anche la necessità di comprendere fino a che punto Trump possa disdire gli accordi sottoscritti da Obama.

I problemi che l’Europa deve gestire da tutta questa situazione sono tanti: la crisi dei migranti, la stabilizzazione della Libia, la politica economica e monetaria (gli Stati Uniti sono importanti sottoscrittori di titoli del debito pubblico e azionariato di vari Paesi europei), lo sviluppo di una difesa comune europea , un bilancio comune europeo, l’assicurazione europea dei depositi bancari.
In questa drammatica occasione potrebbe arrivare la vera coesione dei Paesi europei, quell’unione di intenti e mutuo beneficio che non è riuscita a formarsi negli ultimi anni.

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