Le pensioni e i conti che devono tornare

In questi giorni si ragiona sui trattamenti delle pensioni da inserire nella prossima legge di bilancio. Il tavolo con i sindacati si aprirà ufficialmente il 12 settembre per far meglio quadrare i conti in quanto la coperta è corta (come al solito) e si lavora in deficit.

Bisogna augurarsi che la manovra sulle pensioni riesca a realizzarsi appieno e che tutte le risorse destinate alle pensioni si riversino sui consumi. Nel momento in cui la crescita si è interrotta, il debito non scenderà come previsto in aprile 2016 dal Governo, la fiducia dei consumatori si è contratta e il traino dell’economia è stato soltanto grazie alla domanda estera netta, bisogna agire fortemente su chi i consumi li alimenta. La stessa disfatta della Merkel suona come un campanello d’allarme per tutti i leader politici: dovendo lei stessa salvaguardare il suo posto, ci sarà poco margine di manovra per i problemi degli altri.

Ma la coperta, di quanto è corta? Quanto potrà muoversi il Governo?

I punti in discussione sono diversi:

APE (anticipo pensionistico) i lavoratori dipendenti potrebbero chiedere una pensione anticipata sotto forma di prestito bancario rimborsabile in 20 anni (costo a carico dello Stato 600 milioni).

Lavoratori precoci, cioè coloro che hanno iniziato a lavorare in giovane età e che hanno bisogno di un accesso agevolato alla pensione (costo a carico dello Stato 1,2 miliardi).

Aumento delle pensioni basse, innalzando la soglia di reddito che non paga l’Irpef e tagliando una parte di addizionali regionali e comunali (costo a carico dello Stato 900 milioni). In questa fascia vi sono davvero situazioni socialmente insostenibili e un minimo di equità sociale va improrogabilmente ristabilito.

Quattordicesime: ampliare il numero dei beneficiari (costo a carico dello Stato 800 milioni).

Ricongiunzioni: i lavoratori che hanno i contributi presso diverse gestioni possono riunirli (e non tutti) pagando un certo importo (per togliere queste condizioni il costo a carico dello Stato per il primo anno è di 100 milioni e di 500 milioni a regime).

Lavori usuranti: chi svolge lavori particolarmente pesanti può andare in pensione anticipatamente (con calcoli e parametri abbastanza elaborati) (costo a carico dello Stato 80 milioni o 220 se si comprendono gli operai edili).

Il totale di spesa oscilla tra 3,5 e 4 miliardi ma il Governo aveva in previsione di spenderne 2.

Per il 2016 era stato previsto un rapporto deficit/Pil dell’1,4% ma già a maggio era stato concesso dall’Unione Europea di alzare la soglia all’1,8%. Con una spesa complessiva per le pensioni di 4 miliardi si rischia di arrivare al 2,2% di deficit. L’auspicio è che si porti a casa un risultato capace di dare una svolta e non soltanto un leggero palliativo.

Non si dovrebbe pensare che questa sistemazione di conti con i pensionati sia dovuta alla necessità di incassare il loro sì o il sì dei sindacati alla riforma costituzionale.  Al di là del fatto che quando si andrà al voto per il referendum i pensionati non avranno ancora incassato un euro, si dovrebbe smettere di pensare alla politica economica in chiave elettorale e disperdere le risorse in tanti diversi rivoli.

Quando c’è rallentamento economico, la giusta politica economica può costituire la chiave di volta.

E insieme ai consumi bisognerà iniziare a pensare seriamente a riforme che stimolino gli investimenti delle imprese (decidersi a riformare la giustizia, per esempio: il Ministro Orlando dice che è a tre quarti del percorso dopo 2 anni: vedremo che cosa proporrà) ed a ridurre la spesa pubblica inefficiente. Che è davvero tanta. Con 4 commissari alla spending review, è stato demandato ai Ministeri, a partire dal prossimo anno, il compito di razionalizzare la spesa di propria competenza. Ancora un rinvio.

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