A fine luglio Eurostat ha stimato l’inflazione della zona euro sul valore del 5,3%, in discesa rispetto al valore rilevato nel mese di Giugno (5,5%).
Seppur i prezzi dei beni energetici continuino la loro discesa (ragionevolmente, provenendo da valori fuori range abituali derivanti dallo scoppio del conflitto in Ucraina), continuano a mantenersi sostenuti gli aumenti dei costi dei servizi e rallentano i costi del manifatturiero.
In Italia l’inflazione del mese di luglio ha viaggiato intorno al 6%, anch’essa in discesa rispetto al 6,4% del mese precedente. Nel nostro Paese resta alto il differenziale tra la crescita del costo del “carrello della spesa” (beni alimentari e cura di casa e persona) ancorato ad oltre il 10%, e l’inflazione “core” (quella cioè al netto di prodotti energetici ed alimentari) che viaggia intorno al 6%, (anch’essa in discesa rispetto a quella rilevata a giugno.
Gli oneri per le famiglie e le imprese italiane si mantengono quindi ancora significativamente elevati e la domanda interna risulta asfittica sia per i consumi che per gli investimenti.
Il Pil della zona euro fa riscontrare valori altalenanti tra le varie economie: l’Italia ha registrato un calo dello 0,3% nel secondo trimestre dell’anno, a fronte di Germania a crescita 0 e Spagna e Francia in crescita rispettivamente dello 0,4 e 0,5%: complessivamente il Pil dell’Eurozona segna una crescita dello 0,3%, un segnale poco rassicurante ancora aperto alla possibilità che si verifichi una recessione e peraltro sicuramente influenzato dalla spesa di natura stagionale legata al periodo di vacanze.
Le economie europee continuano ad arrancare da diversi mesi, subendo importanti riverberi dai tassi elevati applicati dalla Bce: a farne le maggiori spese le imprese con una notevole incidenza dell’esposizione debitoria e le famiglie che hanno in essere mutui a tasso variabile.
Dopo la spinta data dalla fine della pandemia e le misure adottate localmente dai Governi (in Italia in primis dai vari bonus edilizi), da più parti è richiesto a gran voce alla BCE il contenimento dei tassi di interesse: purtroppo con l’inflazione “core” dell’Eurozona cosi alta, la Bce non potrà esimersi da nuovi, seppur contenuti, rialzi (la cui azione immediata è frenare la domanda di finanziamenti).
Lo scenario attuale è profondamente incerto e nella prossima riunione dell’Istituto di Francoforte grande attenzione sarà prestata ai dati su occupazione e andamento dei salari (disponibili nel mese di Agosto): l’Istituto di Francoforte è fortemente ancorato alla necessità di ricondurre l’inflazione entro gli obiettivi di stabilità perseguiti istituzionalmente e l’assoluto bisogno di rientrare in range di sicurezza utili per evitare possibili destabilizzazioni in caso di crisi sistemiche.
Nel frattempo, alla fine del mese di Giugno, la Banca Centrale Americana, per la prima volta dopo 10 rialzi consecutivi, non aveva aumentato i tassi, tentando di arginare i danni all’economia e prendendo tempo per l’esame dei dati in arrivo nelle settimane successive: si è trattato però solo di uno stop temporaneo. La Fed ha ripreso gli aumenti a fine luglio dopo la verifica che non vi fossero effetti negativi fortemente impattanti sull’andamento economico.
Per evitare il rialzo di Giugno il Pil del 2023 l’economia statunitense presentava una crescita dell’1%: situazione ancora molto lontana per l’Eurozona, il che lascia presagire, con assoluta certezza, che la BCE continuerà la corsa dei tassi almeno fino alla fine dell’anno.
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