Quando la Cina si sveglierà, tutto il mondo tremerà (Napoleone, 1816)

Dal 25 al 27 aprile si è tenuto il secondo forum della Belt and Road Initiative a cui ha partecipato il Presidente Conte, e dove sono risultati assenti sia i politici che i funzionari statunitensi.

Scritta nella Costituzione cinese e nello statuto del Partito comunista cinese, la Belt and Road initiative rappresenta l’emblema della volontà della Cina di cambiare la proiezione geopolitica del mondo: una strategia che da commerciale si è svelata in tutta la sua portata politica, contenente il desiderio di far diventare il Dragone leader globale ed incontrastato. Se inizialmente la strategia cinese poteva essere considerata come la volontà di penetrare nel cuore dell’Unione Europea da un punto di vista economico servendosi di infrastrutture italiane, l’eccessivo attivismo di Pechino lascia più di un sospetto su quello che può essere l’obiettivo finale.

L’Italia, che gioca un ruolo centrale nel bacino mediterraneo, è entrata in meccanismo estremamente delicato, con il rischio di rompere l’equilibrio precario dell’ordine mondiale. Con la firma degli accordi, avallati dal Presidente Mattarella solo perché in essi si fa formalmente riferimento alla necessità di rispettare la posizione unitaria in ambito europeo, l’Italia ha messo a rischio la propria collocazione euro atlantica:  senza confrontarsi né con gli Stati Uniti né con l’Unione europea, il nostro Paese ha firmato in tutta fretta nel bel mezzo di una delle più gravi competizioni globali tra la Cina e gli Stati Uniti, in una diatriba che coinvolge praticamente tutti i settori dell’economia.

Fra i tanti, è il dossier 5g a cui si approccerà l’Italia quello che preoccupa maggiormente la Nato, il sistema di difesa a cui apparteniamo: i massicci investimenti in innovazione determineranno la partita del futuro che si giocherà sulla supremazia tecnologica. Aver fatto accordi con la Cina pone dubbi sulla sicurezza di quella che sarà la rete di connessione: una infrastruttura che può reggere un numero elevatissimo di connessioni e che potrebbe diventare talmente permeabile da far travasare i dati ritenuti strategici ad un Governo non alleato (gli Stati Uniti hanno impedito alle aziende cinesi di realizzare infrastrutture del 5G). Dai sistemi di spionaggio a vere e proprie guerre cibernetiche di dati, sono i settori della difesa, della sicurezza nazionale, dell’energia ad essere messi a rischio.

La compartecipazione a progetti che coinvolgono la AIIB – Banca asiatica di investimento in infrastrutture che si pone in alternativa a Fondo Monetario europeo e Banca Mondiale – da parte della Cassa depositi e prestiti, pone l’Italia in una posizione fragilissima. Un Paese incapace di realizzare valide infrastrutture è destinato a soggiacere finanziariamente pagando un prezzo altissimo: la vulnerabilità finanziaria dell’Italia rischia di far perdere al nostro Paese la propria sovranità economica, facendo diventare concreta anche per noi la “trappola del debito” in cui stanno impantanandosi tutti i Paesi che stanno sviluppando rapporti stretti con la Cina.

Cosa può fare l’Italia a questo punto, primo paese del G7 a muoversi in maniera così repentina e quasi improvvisata verso la Cina, esponendosi politicamente in un modo così impattante?

In primo luogo sfruttare la propria posizione prioritaria. Quale Paese di elevata manifattura deve penetrare nei mercati cinesi portando la propria qualità senza far cannibalizzare le proprie aziende, dall’altra parte nell’arrivo dell’economia cinese su grandi dimensioni, non si dovranno accettare i bassi standard che la caratterizzano.

Inoltre, bisognerebbe che l’Italia non si chiudesse schiacciandosi verso una dipendenza orientale ma bisogna tentare di riacquistare credibilità internazionale facendo penetrare nel mercato italiano anche investitori di altra origine, soprattutto quelli interessati alla manifattura di beni intermedi, la fascia di mercato che ci permette di avere lustro a livello mondiale, e che rischia di scomparire dall’arrivo cinese in un’ottica predatoria, da parte dell’economia più inquinante del pianeta, nell’arco di pochi anni.

Toccherà ad una task force istituzionale controllare che la Cina rispetti gli standard di reciprocità negli impegni e che non vada a realizzare interventi che minino la nostra sicurezza e penetrino negli interessi di difesa del Paese.

Tenendo ben presente che l’Italia deve restare fermamente agganciata ai progetti europei, che hanno rimandato al 2020 l’accordo tra Unione europea e Cina su temi determinanti per il futuro: proprietà intellettuale, investimenti, tecnologia. Spingendo anche per l’eliminazione delle asimmetrie commerciali che non rendono la Cina un’economia di mercato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑