Cina: eccola in Italia

L’Italia sarà il primo Paese tra i grandi del G7 ad aderire al progetto infrastrutturale della Repubblica Popolare Cinese.

Tra il 21 e 22 marzo in Italia, ed il mese di aprile in Cina, saranno firmati gli accordi che rappresenteranno le cornici quadro all’interno delle quali potranno essere stipulati contratti di collaborazione nei più svariati settori:

commercio,

finanza,

ricerca,

cooperazione con Paesi terzi,

infrastrutture : strade, ferrovie, ponti, porti, energia, telecomunicazioni (comprese reti digitali, stesura cavi internet, realizzazione di data center).

Dopo la firma a Pechino da parte di Gentiloni nel maggio 2017 insieme ad altri 68 Paesi ed organizzazioni, l’Italia firmerà il complessivo Memorandum per la Via della Seta “Belt and Road initiative”:  l’accordo per la realizzazione di una rete di sei corridoi (di cui cinque terrestri e uno marittimo) tra Asia ed Europa a cui il nostro Paese inizia a partecipare attivamente.

Via della seta immagine

La scelta di formalizzare adesso è stata fatta dall’Italia in maniera pressoché isolata dal resto dell’Unione europea, instaurando un rapporto bilaterale senza prima intavolare confronti con gli altri Paesi soprattutto in termini di sostenibilità ambientale e trasparenza. Nel momento in cui

*le tensioni tra Stati Uniti (da sempre alleati dell’Unione europea) e Cina sono più forti, con gli Stati Uniti che applicano dazi su 250 miliardi di dollari di importazioni e la Cina risponde con dazi su 110 miliardi di dollari, e l’Ue subisce gli effetti di questi contrasti,

*continua la pressione tra le navi militari nel mar cinese meridionale,

*l’Unione europea si divide su tanti temi e

*le elezioni europee sono alle porte,

l’Italia affronta un punto di svolta nei suoi rapporti istituzionali – coinvolgendo la propria politica estera, nonché l’allineamento militare e geopolitico – con il grave rischio di creare crisi fiduciarie da parte degli alleati e dell’Unione Europea ed avere come risultato finale una propria diversa collocazione internazionale.

Potremmo essere il primo Paese ad uscire dall’area di operatività prevalentemente atlantica, di natura strategica e storica, per confluire sotto la pressione politica della Cina.

Via della seta italia

La Cina, grazie al progetto “China 2025” con cui vuole diventare autonoma nell’alta tecnologia, e con la sua ambizione, annunciata da anni, di rivestire il ruolo di futura potenza mondiale, introduce in Italia la sua globalizzazione: il marchio cinese entra in maniera decisa con la sua influenza, per lasciare per sempre ed in maniera irreversibile, il suo segno.

Saranno i porti di Trieste e Genova (seguiti da Venezia, Ravenna e Palermo) le prime mete degli investimenti cinesi: promuovendo le infrastrutture marittime la Cina vuole mettere al sicuro le destinazioni ed il transito dei suoi commerci destinati all’Occidente, controllandone i flussi, che si muovono prevalentemente a mezzo mare. Insieme agli investimenti in Africa, la Cina sinora si era già assicurata basi di espansione in Grecia, Polonia, Ungheria.

Primi scontenti delle decisioni del nostro Governo – passate in subordine nei dibattiti della politica italiana – sono gli Stati Uniti: convinti che l’Italia possa essere utilizzata come base di spionaggio, per gli Usa il nostro Paese (già sede militare Nato e Usa) rischia di compromettere la propria sicurezza.

E’ la rete digitale a creare maggiori preoccupazioni: la Digital Silk Road che potrà attraversare il nostro Paese, potrebbe essere la sede di transito di tutta la connettività globale.

E’ stata la NSC, l’organo che assiste il Governo degli Stati Uniti nelle politiche strategiche, ad invitare l’Italia a non firmare il Memorandum. Gli Usa preferirebbero che l’Italia continuasse a tenere rapporti bilaterali su singole materie, anziché legarsi a dossier così ampi e con contenuti tutti ancora da definire.

Cina avviso usa

Il rischio ulteriore, comune a tutti gli altri Paesi già passati sotto l’influenza cinese, è che si crei un legame economico ancora più forte di quello attuale (la Cina partecipa già a numerosi investimenti italiani) che in futuro potrebbe dare problemi se gli accordi saranno fissati in maniera rigida e non rispettati: la clausola FINANCING THROUGH TRADE con cui i Paesi si obbligano a comprare beni e servizi cinesi in caso di finanziamento, rappresenta una possibile trappola in cui il nostro sistema economico, già gravato da un pesante debito pubblico, potrebbe cadere. Non si tratta dunque soltanto di un progetto di sole connessioni infrastrutturali, ma dell’inizio di un vero e proprio legame politico.

Manca, per l’ennesima scelta di questo Governo, una visione chiara e complessiva del ruolo che intendiamo avere in un contesto globalizzato.

Non è escluso che l’Italia si ritrovi un giorno a sedere al tavolo dell’Unione europea portando, oltre ai propri, anche gli interessi cinesi: è certo comunque che il nostro Paese sta legando alla Cina, forse in maniera indissolubile, i suoi commerci, la sua indipendenza politica e forse anche la sua sicurezza.

In altre parole, il suo futuro.

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